REPORTAGE/1 A un anno dal terremoto di Ischia

Le macerie davanti alla chiesa di via D'Aloisio a Casamicciola

Il prossimo 21 agosto è il primo anniversario del terremoto di Ischia. Colpì, attorno alle 21, la parte alta di Casamicciola, una zona lungo l’asse di via D’Aloisio ancora oggi zona rossa presidiata dai militari. Il terremoto provocò due morti. Una signora che si era allontanata dal marito per parcheggiare l‘automobile nei pressi della chiesetta del quartiere: scende dalla vettura, l’improvvisa scossa fa crollare il cornicione e viene sepolta da una montagna di pietre. Un’altra signora, scappata dal terremoto delle Marche, rimase sepolta in casa. Suscitarono un’ondata di commozione i due bimbi che riuscirono invece a salvarsi nella loro casetta. Un dramma, il terremoto di Casamicciola – che causò danni anche in zone limitrofe – ingigantito dai media, provocò una fuga dall’isola.

A un anno di distanza, sentiamo il racconto di Rino, un giovane che visse direttamente il terremoto, che soccorse la signora morta davanti alla chiesa e che ci ha accompagnato nella visita alla zona colpita, con tutti i permessi del caso.

“Se la mia vita fosse un fumetto – racconta in una toccante testimonianza – e abitassi nel mondo dei fumetti, il vignettista avrebbe disegnato una scena di un ragazzo che sta aspettando gli altri per la cena, la tavola è apparecchiata e sopra ci sono due belle pizze imbottite, dalla finestra un cielo serale estivo . Nel riquadro in altro avrebbe scritto “nel paese di molto lontano…” e sulla mia pancia avrebbe messo un bel “GURGLE” per il brontolare del mio stomaco. Nella vignetta accanto, poi sotto l’orologio che in faccia, a suggerire stupore  e terrore e avrebbe messo una nuvoletta frastagliata con riportato “PATACRASH!” e altre nuvolette di polvere.  Ma la vita non è un fumetto e a questo ci pensi proprio quando d’improvviso , ad uno ad uno inizia a cascare tutto, anche quelle pizze, e con loro i piatti, i bicchieri e tutte quelle cianfrusaglie che a mammà piacevano tanto. Di colpo vi ritrovate in piedi , spinti non sapete bene se dalla forza della terra o dall’istinto della sopravvivenza che vi suggerisce di rifuggiarvi come vi hanno sempre detto da quando avete iniziato a gattonare, sotto quel muro portante, quello grosso centrale, che ogni casa da noi ha. Si, perché noi a Casamicciola del terremoto ne abbiamo l’archetipo nel sangue, e non c’è storia di nonna, almeno una, che non parli del terremoto e delle baracche di legno.  E mentre cercate di conquistarvi quel posto illuminato dalla vecchia lampada d’emergenza accesa, che poi a fine scossa vi ha lasciato al buio a trovare l’uscita, come a dire “oh! io ho fatto quel che potevo!”, vedete gli oggetti che cascano da ogni dove, con la credenza che traballa e vi da la prova pratica di tutte quelle nozioni che a scuola ti insegnavano sul baricentro e la gravità.  Quella poi nel sussultorio,l’ho percepita bene! Eh si, perché, dove si trova casa mia, lungo via D’Aloisio, il sussultorio lo abbiamo avvertito molto più dell’ondulatorio  -è una questione dovuta al terreno dicono- ed è proprio per questo che in quei cinque passi che ti separavano da quella nicchia, o meglio da quel loculo, perché se sei al piano terra e sopra di te ci sono altri due piani, ci pensi  alla vita e al se ti tireranno fuori!  Comunque verso il terzo, ho sentito una bella botta, verso il basso, o verso l’alto, o verso entrambe le parti, non so spiegarlo, ma che è uguale uguale a quella sensazione che si prova quando sul traghetto prendi un’onda forte e la nave cascando verso il basso tocca di nuovo il mare vibrando violentemente, seguito poi da un tonfo, non so se era dell’armadio o dello scaldino. Tanto che importa, sono cascati entrambi.  Più di tutto però, al di la degli oggetti che volano, non dimenticherete mai  il rumore del terremoto e che ancora oggi non hai trovato cosa con cui paragonarlo per far capire a chi, curioso, vuole sapere  di che rumore si tratta. Forse la cosa che si avvicina di più è quello di tante botti vuote che rotolano su una discesa, ma poi chi le ha sentite mai ste botti vuote che ruotano per una discesa! – Qui ci vorrebbe l’emoticon della faccina con la mano sulla fronte (sic)-  Il vignettista, aveva anche deciso di non disegnare la luna, infatti quella sera, era luna nuova, e non si vedeva ad  un palmo dal naso e noi oltre all’archetipo del terremoto, come ho detto pocanzi, avevamo vivo, ancora il ricordo delle scosse dell’anno precedente, che a distanza di pochi secondi dopo una prima ne seguì un’altra, più forte, e questo contribuì in tutti ad accrescere la paura che la scossa potesse ripetersi . Sommatelo alla mancanza di corrente che non permetteva di aprire i cancelli con le serrature elettriche.  Beh provate voi a trovare le chiavi sotto un muro, che sta li pronto per cadere, o meglio, dentro una casa che sta pronta per cadere, con tutto sottosopra e con la paura che di li a poco faccia una nuova scossa non lasciandoti il tempo di scappare! Non dimenticherò mai di quella sera il silenzio, assordante direi; ricordo bene che ogni volta che c’era una scossetta, dopo c’era sempre un gran vociare di gente, di cani e un po’ di baccano, dovuto credo anche all’eccitazione che la cosa creava. Quella sera no, la scossa ci aveva ammutoliti tutti, e anche i cani sempre particolarmente attivi, avevano deciso di nascondersi nelle loro cucce. Non fai in tempo a sentire quello scatto liberatorio che la chiave fa nella serratura che ti viene in contro la tua vicina, con quegli occhi spalancati dall’adrenalina, probabilmente come i tuoi,- “guaglio’ amme’ passato n’u guaio ruosse!”-,  ma il nostro sguardo fu subito catturato da una donna, la governante di un albergo della zona, che scendendo verso casa sua, preoccupata sicuramente, per la sua famiglia, con le braccia aperte al centro della strada, un pò come Kim Puch, nella foto emblema della guerra in Vietnam, ripeteva con un accento non ischitano un’unica frase, come una nenia: “se n’è caduto l’albergo, se n’è caduto l’albergo”. Di li a poco avremmo capito che a crollare era stata la palazzina in via Serrato.  Ma era crollata anche la casa degli uccellini, quella in Via CasaMennella; noi così la chiamavamo, perché ricordava un po’ quelle casette degli orologi a cucù da dove ad ogni ora sbuca , appunto, l’uccellino. A terra occupava tutta la strada, e non solo, aveva anche invaso la casa che le si trovava di fronte, e non dimentico che , si poteva vedere da quella breccia che aveva creato nel muro una culla di un bimbo, salvo, mi diceva il padre, perché pochi minuti prima aveva pianto come non mai, e in quella culla non voleva proprio starci. Ma il terremoto, purtroppo non era solo pietre e danni; era anche vittime, due, e la vita t’insegna che anche una è troppa! Poi li in un punto nevralgico, dove tutti, passando avrebbero potuta vederla, era come se avesse voluto farci capire qualcosa. Vedete, qualche anno fa, i miei amici decisero di portarmi per la prima volta in un pronto soccorso a fare esperienza con casi urgenti, e il caso volle, che il mio primo paziente fosse quello di un ragazzo di sedici anni con un incidente stradale, che morirà di li a poco, ma li fortunatamente ero uno spettatore passivo, c’erano i medici esperti e noi ci limitavamo a guardare. Stavolta però avevo sperimentato sulla mia pelle l’impotenza di poter fare qualcosa, avevo capito di quanto siamo veramente fragili ed insignificanti. E bene si, perché mi ero offerto di aiutare, se c’era da tamponare o da stingere un’arteria, conoscendo l’anatomia, avrei potuto fare certamente meglio di qualcuno improvvisato,  ma li con un rapido sguardo avevo bene capito che purtroppo da fare non c’era nulla, e con voce roca, quasi da codardo, non ero riuscito a dire altro che ”respira ancora?”. Il tempo di un rapido cenno al carabiniere e l’unica cosa che suggerì fu quella di togliere ulteriormente le pietre e i motorini, per dare più spazio a chi veniva con l’ambulanza.  Tuttavia non potrò di certo dimenticare, lo sguardo di quell’uomo, che con una pacatezza, che pochi in quei momenti avrebbero avuto, manteneva la mano di sua moglie, in quella posa, la stessa che l’antico ceramista  aveva deciso di far avere alla Madonna e a suo Figlio, quando disegnava la pietà su quelle maioliche di quel campanile che avevamo a due passi. E non dimenticherò mai neanche quegli occhiali rosa che uscirono dalle pietre, che non lo so il perché, mi venne un nodo in gola. E i cellulari, quanti cellulari avrò visto quei giorni, mamma mia!, tutti a fare il video o una foto, come un trofeo, col fatto che però, ma questo è il mio pensiero, la cosa ci rende per nulla empatici e non ci permette di creare quei ricordi, che impressi, hanno il potere di cambiare il nostro modo di vedere le cose; quei ricordi che ci rendono meno spettatori e più umani. Però, devo anche dire, che il vignettista aveva anche previsto tutto, forse, e lo dico a bassa voce, affinché non si fraintenda, avessimo solo una lezione, affinchè quest’esperienza ci insegnasse qualcosa, non solo del come costruire, a questo ci pensano gli esperti. Una lezione che ancora non abbiamo capito, ma che stiamo capendo piano piano e che forse un giorno comprenderemo appieno. Eh si! ha pensato proprio a tutto, all’orario, quello in cui la gente non era a letto ma vigile, al giorno, quello della festa all’Ancora con la maggior parte dei ragazzi che era li, e ha anche pensato ad ognuno di noi, pensateci, io ero rimasto a guardare un video sul pc solo per puro caso, a quell’ora sarei stato seduto a godermi il mio personale happy hour serale  proprio sotto quell’angolo che si è ribaltato, o a quel bambino che mai come quella sera non voleva dormire, o ancora a quella casa crollata venduta pochi giorni prima e quindi vuota. Direte voi coincidenze. Bah, la statistica dice che gli eventi  casuali tendono a concentrarsi, e chi lo sa se sono stati casuali?”

Sono parole che Rino ha pronunciato nella Via Crucis organizzata dalla diocesi a ricordo delle vittime.

(1. Continua)