Sessantotto/1: I nuovi gruppi giovanili a Crema

Gruppi ragazzi
Nei fermenti post-conciliari cremaschi hanno avuto una loro importanza i cosidetti “gruppi giovanili”, più o meno spontanei, sorti attorno agli anni ‘70 dietro lo stimolo di un ristretto numero di sacerdoti e cresciuti sostanzialmente nell’alveo ecclesiale, pur tentando forme nuove di aggregazioni giovanili e di testimonianza cristiana.

 

LA CRISI DELLE ASSOCIAZIONI
I gruppi giovanili nacquero all’inizio degli anni ‘70 come reazione alla crisi dell’associazionismo. L’Azione Cattolica viveva, in quegli anni, momenti difficili in una sofferta riflessione sul rapporto fede-storia che portò alla rottura degli equilibri interni, allo scioglimento della Fuci, del Movimento Studenti e all’abbandono di molti anche del gruppo dirigente.
Erano in crisi anche le ACLI: la scelta di classe operata ai vertici nazionali provocò a Crema il distacco di circa l’80% dei circoli, la nascita del MCL (1972) e lasciò un doloroso strascico dietro di sè. Pure gli Scout conobbero una frattura nel loro seno, conseguenza di alcune scelte in ordine alle tematiche dell’antimilitarismo, dell’obiezione di coscienza e del terzomondismo. Alcuni dirigenti, staccatisi completamente dall’Associazione, contribuirono, in seguito, alla formazione di un gruppo di Cristiani per il Socialismo in aperta rottura con la Chiesa locale.
Nasceva nel contempo, attorno al 1973, Comunione e Liberazione che, nel 1977 contava già gruppi significativi in quattro parrocchie del circondario e in una della città.

I NUOVI GRUPPI GIOVANILI
In questo clima ecclesiale difficile, fecero i primi passi i nuovi gruppi giovanili. Furono i sacerdoti di educazione conciliare a lanciarli, partendo da una posizione generalmente critica nei confronti dell’Azione Cattolica, nonostante l’opzione privilegiata da parte della Gerarchia. Due i motivi: uno di tipo storico (la sfiducia nell’ associazione cremasca come allora si proponeva), uno di tipo ideologico (non se ne capiva lo specifico e ci si chiedeva quale differenza passasse tra un gruppo parrocchiale ed uno di A.C. dal momento che quest’ultima dichiarava di assumere come progetto lo stesso disegno pastorale della Chiesa locale).
Il tutto avvenne per la spinta ideale maturata assieme negli anni della formazione, ma anche continuamente alimentata e criticamente valutata attraverso un contatto spontaneo, ma sistematico, che il gruppo dei preti giovani manteneva.
La riflessione prendeva atto della crisi esistente, delle difficoltà di aggancio dei giovani; era scettica sulle tradizionali forme di pastorale, esprimeva la volontà di superarle con forme nuove e più conciliari.
L’idea, quella di proporre gruppi giovanili caratterizzati che potessero costituire segno e lievito. Meglio pochi e convinti che non le masse anonime. Da qui sarebbe venuta anche una testimonianza forte per i lontani.
Ed i gruppi si sono sviluppati “spontaneamente” nel senso che non s’inquadravano all’interno di modelli prestabiliti, ma costituivano una sorta di “laboratorio di ricerca”, dando spazio allo Spirito e distinguendosi per scelte carismatiche. Quest’ultime, d’altra parte, non vennero mai a squilibrare un piano di fondo conciliare e “ortodosso” cui tutti i sacerdoti leaders si attenevano per scelta convinta ed espressa.
Il tema che animava il dibattito all’interno dei gruppi era quello della propria identità: emergeva uno zoccolo duro irrinunciabile (l’appartenenza alla Chiesa non si metteva in discussione) ma anche il diritto alla libertà di metodologia e ricerca.
Un problema era quello del ruolo di tali gruppi all’interno delle rispettive comunità parrocchiali. Essi vivevano una sorta di “appartenenza con riserva”, nel senso che pur volendo rimanere legati ed in totale servizio della comunità, rivendicavano indipendenza nell’esperienza di gruppo, vista con una certa qual diffidenza da parte del clero e del laicato più anziano.
Qualche punta più «spinta» poneva anche in questione la stessa parrocchia territoriale come figura esaustiva dell’essere comunità cristiana. Pure quest’ultima passava, negli anni ‘70, una sua crisi; in città i confini delle parrocchie risultavano molto labili: tra struttura territoriale (di cui non si negava la convenienza) e le associazioni, qualche voce proponeva l’esistenza di piccole comunità (magari autonome) legate direttamente al Vescovo, di aggregazione spontanea attorno ad un prete-leader. L’idea (utopica) rifletteva una certa qual sfiducia nelle strutture.
Un primo coordinamento dei gruppi venne con la costituzione della Commissione Giovanile Diocesana da parte di mons. Manziana. In un convegno organizzato dalla stessa nel maggio del 1977, fu fatto il punto dell’associazionismo cremasco e dei gruppi giovanili. Un primo bilancio di quest’ultimi correva su binari positivi, pur esprimendo alcune riserve. Si riconosceva, in sostanza, la non omogeneità dell’esperienza, ma se ne disegnava una identità fondamentale secondo i seguenti punti: l’incarnazione dell’esperienza di Chiesa tramite le strutture sue proprie e costituite; l’espressione delle opere tipiche della comunità (preghiera, catechesi, attività caritative, apertura missionaria); l’assunzione di caratteristiche peculiari in base alle situazioni ecclesiali, sociali e ambientali ed ai carismi propri specialmente del sacerdote leader. Il metodo era individuato nella preghiera biblica, nell’adozione della tecnica dei campi-scuola, nelle attività caritative come assunzione dei problemi locali, nell’apertura all’intero mondo e alle missioni, nella presenza attiva all’interno dei nuovi organismi di partecipazione ecclesiale, nell’assunzione delle proposte della Chiesa locale.
Nel 1977 tali gruppi erano una realtà molto rilevante all’interno della pastorale giovanile diocesana. Se ne contavano sette/otto con un preciso metodo di lavoro, chiare finalità e frutti evidenti; alcuni altri che costituivano la somma di varie esperienze associative e spontanee; una dozzina più discontinui e con attività solo settoriali. In complesso circa 20/25 gruppi su un totale di 60 parrocchie.
Di essi si evidenziavano i lati positivi nel desiderio di trovare nuovi modelli di essere comunità, nella volontà esplicita di rimanere nella Chiesa, nell’apertura agli altri giovani. Ma si criticavano l’isolamento e la chiusura (con il rischio di creare comunità nelle comunità), la discontinuità e la frammentarietà di alcune esperienze; soprattutto il fatto che si portavano dietro un’impronta troppo clericale, legata al carisma del singolo prete.
Negli anni ‘80 alcuni gruppi chiusero la parabola della loro ricerca, altri portavano avanti alcune esperienze significative. Pochi sopravvivono ancora dato anche l’avvicendamento dei preti-leader.
Nel settore socio-politico da ricordare, in particolare, i gruppi di S. Pietro e di S. Giacomo. Il primo portò avanti un’esperienza di intervento animando un movimento popolare di partecipazione politica che favorì la ristrutturazione dell’omonimo Borgo; i secondi impegnati più direttamente sul fronte dell’emarginazione e della missione.

LA POSIZIONE DEL VESCOVO MANZIANA
Resta un ultimo punto cui accennare: la posizione di mons. Manziana di fronte al fermento giovanile. Nella visita pastorale alla città del 1975 il Vescovo affermava che i nuovi gruppi erano ormai “una seria e vivace realtà della diocesi”. Li elogiava, anche se riproponeva la sua opzione preferenziale per l’Azione Cattolica. Scriveva che la validità dei gruppi sarebbe stata garantita “dal centro di interessamento che li specificava e dalla capacità di reciproca integrazione”.
«Non possiamo nascondere – aggiungeva dall’altra parte – un certo stupore dinanzi alla varietà di impostazione dei gruppi che rende impossibile il pur ambìto bisogno di incontro e di dialogo tra le diverse parrocchie: si oscilla tra una superficiale genericità d’impegno e/o forme perfezionistiche chiuse al resto della comunità”. E metteva in guardia che i gruppi non sfociassero nello psicologico, nel sociologico e, soprattutto, nel politico.
L’ “appoggio critico” del Vescovo contribuì all’equilibrio sostanziale delle esperienze di cui s’è detto. Anzi la ricerca operata in dieci anni di attività favorì l’uscita della nota Lettera ai giovani del 1981, l’ultimo documento che Mons. Manziana offrì alla diocesi prima della sua partenza.
“Anche la nostra diocesi – vi si legge – non è stata esteranea alle trasformazioni avvenute in campo ecclesiale in questi anni. Non vi sono state in complesso né scelte carismatiche particolari né violente opposizioni che potesse scuotere l’ambiente.
Vi è stato un pullulare di gruppi spontenei, la maggior parte di essi, però, salvo qualche esuberanza, è andata progressivamente maturando una più seria esperienza ecclesiale. Solo alcuni, per la verità pochi, hanno seguito la via della progressiva politicizzazione fino a confluire nei partiti di sinistra.
I vostri gruppi fioriti numerosi in questi ultimi anni, dimostrano, al di là di intemperanze e difficoltà comprensibili, una vitalità nuova della Chiesa e sono già un’indicazione per il futuro”.