Richiedenti asilo: sono 110 oggi quelli seguiti dalla Caritas nel Cremasco

Richiedenti asilo alla scuola d'Italiano della Caritas in una foto di repertorio

Subito una constatazione: non siamo più in una fase di emergenza, come nel picco compreso tra il 2015 e il 2016. Le cronache, del resto, parlano sempre meno di sbarchi, per tutta una serie di motivi. Qual è, dunque, oggi la situazione degli immigrati – meglio, dei richiedenti asilo – nella diocesi di Crema? Il progetto di accoglienza diffusa, portato avanti dalla Caritas Diocesana, continua e dà i suoi frutti.

Ne parliamo con Claudio Dagheti e Fabrizio Motta, rispettivamente vice direttore e responsabile dell’Area Mondialità di Caritas Crema.

Partiamo dai dati statistici. “Dall’inizio dell’emergenza sul nostro territorio sono passati 394 richiedenti asilo. I presenti, oggi, sono 110”. Il numero è riferito alle persone seguite dalla Caritas: il totale arriva a 250 immigrati circa se si considerano anche quelli ospitati da altri enti o associazioni, che però agiscono per conto proprio.

I 110 richiedenti asilo sono così sistemati sul territorio (presso strutture della Caritas o messe a disposizione, tramite convenzione, da Comuni, Parrocchie, Enti). Per quanto riguarda l’accoglienza diffusa: 5 a Bagnolo Cremasco, 10 a Castelleone, 6 a Chieve, 13 a Crema, 3 a Madignano, 5 a Pandino, 3 a Ripalta Cremasca, 4 a Scannabue, 6 a Montodine, 7 a Offanengo, 6 a Ricengo e 6 a Pianengo. Per quanto concerne invece la prima accoglienza, gli ospiti sono 14 a Vaiano Cremasco e 22 a Crema.

Le nazionalità di provenienza degli attuali ospiti sono le seguenti: 8 dal Bangladesh, 1 dal Camerun, 10 dalla Costa d’Avorio, 14 dal Gambia, 4 dal Ghana, 18 dalla Guinea, 13 dal Mali, 17 dalla Nigeria, 10 dal Pakistan, 1 dalla Sierra Leone, 12 dal Senegal e 2 dalla Somalia.

Un altro dato interessante è quello riguardante la fascia d’età. Tra i 110 richiedenti asilo presenti, 2 hanno meno di 18 anni, 78 hanno tra i 18 e i 25 anni, 20 sono compresi tra i 25 e i 35 anni e 10 hanno un’età superiore ai 35 anni.

“Tra i 394 richiedenti asilo passati in questi anni – rilevano Dagheti e Motta – 51 hanno ottenuto il permesso di soggiorno, mentre altri sono in attesa (l’iter è lungo e complesso) e ad altri ancora è stato negato. C’è poi chi è stato dirottato in altre comunità (sono 63 persone) e chi ha interrotto il cammino di accoglienza: queste persone, segnalate alla Prefettura, escono dal nostro campo d’azione. Per 2 immigrati c’è stato il rimpatrio assistito”.

Dicevamo all’inizio che la situazione ora è tranquilla, dopo il turbolento periodo della piena emergenza. “Dallo scorso dicembre a marzo – fanno sapere dalla Caritas – non abbiamo avuto più nessun arrivo, mentre recentemente sono giunti 11 richiedenti asilo”. Si potrebbe dire che il “fenomeno immigrazione” è finito? Non è così: in Africa, infatti, i flussi migratori sono costanti e drammatici, ma il “tappo” che i governi e i politici hanno creato in Libia e Turchia rende difficili gli spostamenti verso Italia ed Europa. Una parentesi, senza entrare nel merito di complessi – e, spesso, controversi – “accordi internazionali” i cui effetti nefasti ricadono sulla pelle delle persone: in Libia la situazione dei migranti è disumana, con uomini e donne di ogni età ammassati in veri e propri lager. Gli spostamenti sono possibili solo a fronte di “ragioni umanitarie”.

Tornando ai 110 richiedenti asilo oggi accolti sul nostro territorio, per loro la Caritas promuove ogni mattina la scuola d’Italiano: si svolge presso la sede della Casa della Carità e in alcuni oratori della città, con insegnanti stipendiati affiancati da alcuni volontari. A maggio, con la collaborazione dei Carabinieri, si farà anche educazione civica. Altre attività sono organizzate dalle parrocchie ospitanti, mentre nel Centro Pastorale di via Civerchi a Crema è avviato un laboratorio di sartoria. In alcuni Comuni gli ospiti svolgono lavori “socialmente utili”. Tra vari percorsi educativi e d’integrazione non mancano progetti con le scuole medie e superiori, dove gli stessi richiedenti asilo parlano del fenomeno migratorio.

“Il progetto di accoglienza diffusa – sottolineano in conclusione Motta e Dagheti – favorisce l’integrazione e ‘obbliga’ l’accolto a mettersi in gioco. Insieme, scopriamo la nostra identità di Chiesa, il nostro saper accogliere e sperimentare la condivisione. È uno stile che deve permeare le nostre comunità anche in futuro”.