GRANDE GUERRA: La struggente vicenda di Franco

La famiglia Trezzi con Franco in divisa militare.

di Juanita Schiavini 

La vita per il piccolo Francesco Maria (ma poi tutti lo chiameranno semplicemente Franco) si annunciava generosa. Nasceva infatti a San Bernardino (allora Comune autonomo) il 17 settembre 1884 in una famiglia benestante tutti i membri della quale sono registrati negli atti di stato civile come “possidente”. Il padre Francesco e la madre Angela Bianchi si erano sposati a Polengo (oggi frazione di Casalbuttano) il 14 aprile 1874 e da allora non avevano perso tempo nel costruire una numerosa famiglia. Sfornavano un figlio all’anno con impressionante regolarità: nel 1875 addirittura due, Paolo il 17 febbraio e Giuditta il 12 dicembre. Poi, in rapida successione: Edvige (1877), Cleonice (1878), Giuditta Antonia (1879), Ettore (1880), Antonio (1881), Giuseppe (1882), Giuditta Maria (1883), il nostro Francesco Maria (1884), Maria Luisa (1886), Mario Luigi (1888), Anna (1890).

Nascevano tutti, come si usava allora, nella dimora di San Bernardino dove i Trezzi possedevano terreni e la fornace di laterizi sulla via per Offanengo che cesserà l’attività poco dopo la metà del Novecento e della quale resta oggi la solitaria ciminiera. Un’altra fornace Trezzi si trovava a Vergonzana dove risiedevano membri di un diverso ramo della famiglia come quella Angelina (a sua volta “possidente”) che fu madrina di battesimo del piccolo Franco.

LA VITA MILITARE

Il primo incontro di Franco con la vita militare avvenne nel 1903 quando, anticipando di due anni rispetto alla chiamata alla leva, si presentò come volontario e venne inquadrato nel 7° Reggimento Bersaglieri, deposito di Brescia, dove prestò servizio dal 23 marzo 1903. Il 22 marzo 1904 fu posto in congedo illimitato col grado di caporale, conseguito fin dall’ottobre precedente.

Richiamato per addestramento nel 1911 e poi ancora nel 1913, destinato al deposito di Asti dello stesso Reggimento Bersaglieri, ne fu dispensato per aver frequentato il Tiro a segno nazionale, cosa che offriva garanzie circa la sufficiente abilità nell’uso delle armi.

IL MATRIMONIO

Nel frattempo si era sposato con la giovane Elisa Pivetti (22 anni lei, 27 lui), figlia di Giovanni Battista e di Maria Laura Baletti, anch’essi membri dell’agiata borghesia. Nozze celebrate il 3 luglio 1912 in cattedrale, parrocchia della sposa che abitava nella casa paterna di via Tadini 2 (corrispondente all’odierno numero civico 1) dove era nata nel 1889.

Elisa aveva ricevuto l’educazione confacente a una ragazza di buona famiglia secondo gli schemi del tempo. Sapeva suonare il pianoforte (sono giunti fino a noi moltissimi spartiti e il suo pianoforte prodotto dalla rinomata ditta Colombo di Milano) e aveva buone doti di pittrice: in famiglia si conservano molti suoi lavori eseguiti con tecniche diverse, carboncino, acquerello e una bella Madonna con Bambino dipinta a olio su velluto.

La giovane e fortunata coppia andò ad abitare a San Bernardino, nella casa di famiglia in prossimità della fornace, in località Garzide, e venne presto allietata dalla nascita dell’erede, Raffaele, avvenuta il 18 novembre 1913. Padrino di battesimo fu il nonno materno Giovanni Battista Pivetti.

LA GRANDE GUERRA

Ma c’era ancora poco tempo per la felicità: i venti di guerra che soffiavano su tutta l’Europa si abbatterono anche sulla quieta vita di tante famiglie cremasche e la chiamata alle armi costrinse Franco a partire per il reparto di assegnazione che raggiunse il 24 ottobre 1915. Solo quattro giorni dopo, il 28 ottobre, veniva alla luce il secondogenito, Francesco Angelo, e toccò al nonno Giovanni Battista denunciarne la nascita all’ufficiale di stato civile del Comune di Crema “in qualità di avo materno nella cui casa trovasi la donna che ha partorito il bambino, ed in luogo del padre dello stesso perché richiamato alle armi” (così si legge nell’atto di nascita).

Da allora Elisa e i suoi piccoli abiteranno con i nonni nella villa all’angolo tra via Mercato e via Monte di Pietà (allora di nuova apertura e perciò ancora denominata via Ponte Furio in quanto prolungamento di quella) che nonno Pivetti aveva fatto costruire nel 1912 sul terreno, derivante dalla lottizzazione degli spalti delle mura, acquistato l’anno prima con rogito del notaio Federico Pesadori, (celebre per essere forse il massimo poeta dialettale cremasco).

L’implacabile macchina della guerra non fa sconti a nessuno e nonostante la nascita del secondogenito, Franco non poté tornare subito a Crema. Giunse invece in territorio dichiarato in stato di guerra il 7 gennaio 1916, caporale in forza al 6° Reggimento Bersaglieri. Il foglio matricolare militare non riferisce di eventuali licenze ottenute per un seppur breve ritorno in famiglia, ma almeno una vi fu sicuramente e a quell’occasione risale l’unica fotografia che lo ritrae in divisa con moglie e figli, databile (per l’età apparente dei bambini) al marzo 1916. Ipotesi avvalorata dal fatto che la licenza poteva essere stata concessa più facilmente perché in quel periodo (marzo 1916) il 6° Bersaglieri, reduce dai combattimenti sulle pendici del monte Cukla, era stato mandato a riposo ad Homec (località nel comune di Vojnik, nella Slovenia orientale) in attesa dell’arrivo di rinforzi.

Nel frattempo, con l’aggregazione del 6° e del 12° Reggimento nasceva la 1a Brigata Bersaglieri che veniva trasferita in Carnia con il compito di tenere a bada il nemico e migliorare le posizioni con lavori di rafforzamento. Tutta la Brigata passava poi sul Carso alle dipendenze della 45a Divisione cui era affidata la conquista del monte Veliki Hriback (o Kirbak, oggi Kribak).

LA MORTE NELL’OTTAVA BATTAGLIA DELL’ISONZO

Una prima azione venne tentata la notte del 12 settembre con esito disastroso sia per le condizioni del terreno, fangoso e dirupato, sia per la reazione nemica: la Brigata perdette 42 ufficiali e 1.029 bersaglieri. Ma una più terribile carneficina attendeva le truppe di entrambi gli schieramenti. Dal 10 al 12 ottobre, tanto durò la cosiddetta “8a  battaglia dell’Isonzo”, moriranno 39.800 soldati e 813 ufficiali austriaci e 28.802 soldati e 782 ufficiali italiani.

Nei registri dei morti del Reggimento, il sottotenente incaricato di questa spaventosa contabilità registrava anche la morte del caporale Franco Trezzi, avvenuta il 12 ottobre 1916 alle ore 13 a quota 265 del monte Veliki Kirbak “in seguito a ferite di scheggia di granata nemica per fatto di guerra”. Testimoni il sottotenente A. Capponi, comandante la Compagnia, e i bersaglieri Giuseppe Oppizzi e Giordano Pantaleo. Come annota il parroco di San Bernardino nei registri parrocchiali, “la morte venne notificata dal maggiore, dal capitano e anche dal cappellano militare”.

Si chiudeva così la vita di Franco che portava con sé sogni e speranze della giovane sposa, attesa di lì a poco da un’altra durissima prova. Quasi volesse raggiungere il suo papà per poter stare finalmente con lui, quel papà che non aveva potuto essergli vicino neppure nel giorno della nascita, il 23 febbraio 1917 moriva anche il piccolo Francesco.

UN FIORE CHE ATTENDE DA 102 ANNI

Elisa non si risposerà mai e vivrà con i suoi genitori fino alla morte di questi (Giovanni Battista nel 1923, Maria Laura nel 1939) dedicandosi a Raffaele, unico amatissimo figlio, e trovando nella fede e nelle opere di carità la forza di continuare a vivere. Sarà presidente diocesana dell’Azione Cattolica e membro attivo dell’Associazione nazionale madri, vedove e famiglie dei caduti e dispersi in guerra, istituita nel 1929. Morirà l’8 novembre 1963 lasciando al figlio le fotografie in divisa che il marito le aveva inviato nel corso del 1916, una delle quali (l’ultima?) datata 20 giugno 1916 da Moggio Udinese, ma non le lettere che dovevano averle accompagnate. Ci piace pensare che Elisa abbia voluto tenere per sé quelle ultime parole d’amore rese ancor più struggenti per il fatto che non ebbe neppure la consolazione di una tomba su cui piangere.

L’estensore dell’atto di morte redatto sul campo di battaglia aveva infatti lasciato in bianco il luogo della sepoltura e inutilmente la vedova svolse ricerche, recandosi anche personalmente a Redipuglia per rintracciarlo. L’esito fu negativo e solo oggi, con grande emozione di tutti i famigliari, è stato possibile individuarlo grazie a internet e alle iniziative del Ministero della Difesa che, per il centenario della Grande Guerra, ha messo on line moltissima documentazione. Nonno Franco riposa nel sacrario di Caporetto, oggi in territorio sloveno, campo inferiore 1, fila 68, loculo 3981. Nipoti e pronipoti potranno finalmente portargli quel fiore che attende da 102 anni.

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Un grazie di cuore al Torrazzo che con la sua iniziativa ha fatto nascere il desiderio di onorare il sacrificio del nonno e di tanti altri caduti e combattenti cremaschi. La ricerca necessaria per integrare le notizie fornite dalle carte di famiglia non avrebbe avuto l’esito sperato senza la generosa e competente collaborazione degli archivisti Francesca Berardi e Giampiero Carotti, che con passione e professionalità gestiscono l’archivio storico del Comune di Crema, Emanuela Zanesi ed Elio Barozzi (Archivio di Stato di Cremona), Giovanni Liva (Archivio di Stato di Milano), dell’Archivio Storico Diocesano di Crema e dell’Ufficio Anagrafe e Stato Civile del Comune di Crema. A tutti un grande e sincero grazie.