Giovedì Santo – Il vescovo Gianotti ha presieduto in Cattedrale la Messa Crismale

Il vescovo Daniele durante la benedizione degli oli

Il solenne Triduo pasquale è iniziato stamane in Cattedrale, dove il vescovo Daniele Gianotti ha presieduto – con il prebiterio diocesano – la santa Messa Crismale, durante la quale ha benedetto il Santo Crisma e gli altri oli. Questa Messa è considerata una delle principali manifestazioni delle pienezza del sacerdozio del Vescovo e un segno della stretta unione dei presbiteri con lui.

All’inizio della celebrazione, monsignor Gianotti ha salutato tutti i presenti, specialmente “voi carissimi sacerdoti di questa Chiesa di Crema”. Ha ricordato i confratelli che non hanno potuto presenziare a causa dell’età o della malattia, i missionari, i preti che quest’anno celebreranno uno speciale anniversario di ordinazione. Un ricordo anche per i due sacerdoti deceduti nell’anno trascorso: don Mario Benelli e don Vito Groppelli. Un saluto affettuoso, infine, ai seminaristi e a gruppi dei cresimandi arrivati dalle diverse parrocchie.

Nell’omelia il Vescovo ha riflettuto sul ministero sacerdotale, rilevando come lo Spirito Santo, dono del Crocifisso Risorto, “ci pone prima di tutto in rapporto speciale con il Signore Gsù”. Ogni prete, nello Spirito, è “mandato a portare il lieto annuncio, il Vangelo”. Da qui l’esortazione di monsignor Gianotti ad andare “verso i tanti poveri che aspettano da noi il Vangelo, senza dover cercare chissà dove, perché ci sono le povertà della malattia, della disabilità, delle solitudini, delle fragilità familiari, degli anziani soli o dei giovani un po’ persi… e le abbiamo tutte vicine a casa!”.

Vivere nello Spirito significa anche, ha detto ancora il Vescovo parlando ai presbiteri, “riconoscere tutta la multiforme ricchezza degli altri diversi doni, che lo stesso Spirito suscita nel popolo santo di Dio. A questo riguardo abbiamo davanti una responsabilità e un compito importanti: quelli appunto di riconoscere i doni dello Spirito, di non soffocarli, di valorizzarli, di promuoverli, senza gelosie, senza invidie, e magari anche sollecitando, con rispetto ma anche con fiducia, le persone a mettere a disposizione di tutti i doni che lo Spirito suscita per la vita e la missione della Chiesa”.

“Forse mi sbaglio – ha concluso il vescovo Daniele – ma sono convinto che, insieme con la preghiera umile e insistente, questa sia anche una condizione fondamentale per un’efficace pastorale vocazionale, di cui abbiamo quanto mai bisogno ma, attenzione, non per noi, ma per il bene e la gioia delle persone stesse, dei nostri giovani in particolare. Comunità dove i doni di tutti sono valorizzati, apprezzati, riconosciuti, dando fiducia alle persone, incoraggiandole, aiutandole a viverli con generosità e senza cercare spazi di potere… comunità così saranno luoghi dove potranno ancora germogliare vocazioni al ministero presbiterale, al diaconato, alla vita consacrata, alla missione, alla formazione di famiglie veramente secondo il cuore di Dio”.

La celebrazione è proseguita con il rinnovo delle promesse sacerdotali e poi con la liturgia della presentazione e benedizione degli oli: quello degli infermi, quello dei catecumeni e il crisma.

Al termine della celebrazione eucaristica il vescovo e i sacerdoti hanno pranzato insieme presso la Fondazione Carlo Manziana, per festeggiare la giornata sacerdotale.

 

I SALUTI E IL TESTO INTEGRALE DELL’OMELIA
DEL VESCOVO MONS. DANIELE GIANOTTI

  1. Saluto iniziale

All’inizio di questo nostro appuntamento, che il Signore ci dona ogni anno, ma che è sempre sorgente di rinnovata consolazione, permettetemi di prolungare un momento il saluto liturgico, anzitutto per dirvi la mia gioia e riconoscenza di essere qui con tutti voi che partecipate a questa liturgia, e in modo speciale con voi, carissimi presbiteri di questa Chiesa di Crema. Prima ancora che la nostra buona volontà o i nostri temperamenti, siamo convinti che è Dio stesso, con la sua grazia, a raccoglierci «in una inseparabile unità, per essere sempre partecipi di Dio» (cf. Ignazio Ant., Ep. agli Efesini 4, 2). Rendo grazie di questo dono, che accolgo anche come impegno a fare tutto il possibile per custodire e far crescere questa unità, quale segno e testimonianza offerta a tutta la nostra Chiesa e al mondo.

Ricordo con affetto i confratelli che non possono essere presenti a causa dell’età o della malattia, a partire dal nostro decano, don Bernardo, che conto di visitare nel pomeriggio; un pensiero particolarmente affettuoso al nostro don Giacomo Carniti, che speriamo di riavere presto fra noi completamente ristabilito, dopo questi lunghi mesi di malattia. E un altro pensiero di speciale vicinanza e riconoscenza a don Federico Bragonzi, che partecipa alla Messa Crismale nella nostra diocesi “sorella” di San José de Mayo, in Uruguay, ma al quale ci sentiamo particolarmente uniti.

Ringraziamo Dio con e per i nostri confratelli che celebrano, in questo anno, uno speciale anniversario di ordinazione, e cioè:

– il venticinquesimo anniversario di ordinazione: don Ernesto Mariconti e don Achille Viviani;

– il cinquantesimo anniversario: don Bruno Ginelli, don Paolo Ponzini, don Luciano Valerani;

– e i sessant’anni di ordinazione: don Piero Galli, don Erminio Nichetti, don Giovanni Terzi, cui si aggiunge mons. Carlo Ghidelli, arcivescovo emerito di Lanciano-Ortona, al quale ho assicurato ieri, per telefono, un ricordo cordiale nella nostra preghiera.

Do un benvenuto particolare a don Francesco, don Nicholas e don Giovanni, che partecipano per la prima volta, come presbiteri, alla Messa Crismale: Dio benedica con speciale benevolenza le primizie del loro ministero.

Affidiamo a Dio i due confratelli che sono stati chiamati alla Pasqua eterna in questo ultimo anno, don Mario Benelli e don Vito Groppelli: dal cielo intercedano per noi nuove e sante vocazioni al ministero presbiterale.

Saluto con molto affetto i nostri tre seminaristi, Alessandro, Cristofer, Piergiorgio; saluto i missionari e le missionarie originari della nostra Chiesa, alcuni dei quali sono qui a rappresentarci anche tutti gli altri, ancora attivi in varie parti del mondo, o costretti al riposo dall’età o dalla malattia; saluto e benedico i consacrati e le consacrate, segno prezioso dell’amore di Dio per la nostra Chiesa.

Un benvenuto speciale ai gruppi dei cresimandi delle nostre parrocchie, per i quali oggi benediciamo il santo Crisma, con il quale saranno segnati nel giorno della loro Cresima; e a voi tutti, fratelli e sorelle che condividete con il vescovo e i presbiteri la grazia di questa giornata, la nostra riconoscenza nella nostra comune preghiera.

Omelia

In Gesù la consacrazione dello Spirito di Dio, che invia il profeta ad annunciare la buona notizia, il Vangelo, ai poveri, trova finalmente la sua realizzazione piena (cf. Lc 4, 16-21; Is 61, 1-2). Piena e, anzi, sovrabbondante: perché Gesù – in tutta la sua vita, fino alla pienezza della Pasqua – si lascia riempire dello Spirito che il Padre gli dona, a tal punto da diventare a sua volta donatore di quello stesso Spirito.

E così, come diremo poi nel Prefazio, l’unzione dello Spirito, che fa di Cristo «il pontefice della nuova ed eterna alleanza», si prolunga, e l’unico suo sacerdozio è perpetuato nella Chiesa, tanto «nel sacerdozio regale comunicato a tutto il popolo dei redenti», quanto nel «ministero di salvezza» affidato «mediante l’imposizione delle mani» a coloro che Dio sceglie tra i fratelli «con affetto di predilezione».

  1. Vorrei riflettere un momento, cari confratelli, sul nostro ministero in quanto ministero «nello Spirito»; anzitutto, per ricordare a me e a voi che proprio lo Spirito, dono del Crocifisso/Risorto, ci pone prima di tutto in un rapporto speciale con il Signore Gesù.

C’è un parallelo che mi colpisce: il testo di Isaia, ripreso da Gesù nella sinagoga di Nazaret, dice che Dio ha consacrato il profeta con l’unzione, e lo ha mandato a evangelizzare i poveri; una doppia azione, consacrare e mandare, che mi ricorda ciò che Gesù fa con i suoi apostoli, e che il vangelo di Marco ripete due volte: li chiama a sé, e poi li manda (cf. Mc 3, 13 s.; 6, 7).

Lo Spirito, che è stato invocato su di noi nel giorno della nostra ordinazione, è prima di tutto lo Spirito che ci unisce a Gesù e ci conforma a lui; è lo Spirito che ci fa entrare nell’intimità con il Figlio, che ci guida alla piena conoscenza di lui nella fede, che ci insegna ogni cosa tenendo viva in noi la memoria di Gesù (cf. Gv 14, 26)…

Sono convinto che solo l’intimità con il Signore Gesù, resa possibile dallo Spirito, salva il nostro ministero da tutti i rischi ai quali è esposto: il rischio di annunciare noi stessi piuttosto che Gesù Signore, il rischio di ridursi a essere dei burocrati del sacro, il rischio della disillusione, il rischio di cercare chissà quali compensazioni per le fatiche che sicuramente viviamo, il rischio di dominare sui fratelli a noi affidati e sulle comunità che siamo chiamati a presiedere, il rischio di procedere come avventurieri solitari, separati dal resto del presbiterio ma forse anche dalle nostre stesse comunità…

A quelli che manda, Gesù chiede anzitutto che vadano a lui e restino in comunione con lui: per noi, oggi, ciò è possibile proprio grazie allo Spirito, perché «se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene» (Rm 8, 9), mentre proprio lo Spirito è il sigillo della nostra appartenenza a Cristo (cf. 2Cor 1, 21 s.) e del fatto che il nostro ministero è tutto relativo a lui e tutto orientato a lui.

  1. Nello Spirito viviamo anche il nostro essere mandati a portare il lieto annuncio, il Vangelo, ai poveri. Nello Spirito, «padre dei poveri», abbiamo la grazia di vedere ciò che sempre si compie, quando Dio è all’opera: e cioè, appunto, che l’efficacia del Vangelo non dipende dalle risorse umane, da ricchezze economiche o di altro tipo, da ingegnosità intellettuali o da tecniche sofisticate.

Nello Spirito, il nostro ministero ci fa vedere ogni giorno che il Vangelo di Gesù Cristo, la rivelazione dell’amore del Padre, è impenetrabile ai sapienti, ai potenti e ai dotti di questo mondo, mentre si dischiude ai piccoli (cf. Mt 11, 25); nello Spirito abbiamo anche la grazia di vedere che Dio precede la nostra azione e le prepara il terreno, come fa con Pietro in casa del pagano Cornelio (cf. At 10, 44); che sulle strade o in territori che ci sembrano deserti, può ancora germogliare il seme della fede, come accade a Filippo con l’Etiope (cf. At 8, 26 ss.); che persino lì dove sembrano esserci ostacoli o muri invalicabili, lo Spirito apre nuove strade e dà fecondità inaspettata a coloro che Dio chiama e manda (cf. At 16, 6-10).

Lo Spirito, insomma, ci rende capaci di annunciare un Vangelo di libertà mentre, al tempo stesso, ci libera da ogni preoccupazione di successo o da ogni delusione per l’eventuale insuccesso del nostro ministero. Questa libertà ci permetterà anche di andare effettivamente verso i tanti poveri che aspettano da noi il vangelo: senza dover cercare chissà dove, perché ci sono le povertà della malattia, delle disabilità, delle solitudini, delle fragilità familiari, degli anziani soli o dei giovani un po’ persi… e le abbiamo tutte vicino a casa!

Guardando in questa direzione, lo Spirito ci aiuterà a mobilitare tutte le nostre capacità, a valorizzare le nostre risorse, anche il nostro «genio» personale, per far sì che nulla vada perduto e che tutto, anzi, sia sempre più orientato al servizio lieto e generoso del Vangelo e del popolo dei credenti.

  1. Vivere nello Spirito il ministero al quale il Signore ci ha chiamati non per nostro merito, ma per suo dono, significa anche riconoscere tutta la multiforme ricchezza degli altri diversi doni, che lo stesso Spirito suscita nel popolo santo di Dio.

E anche questo è liberante: anche perché ci dice che non dobbiamo fare tutto noi, tutt’altro: e che se qualche volta ci sentiamo soli e magari anche un po’ stanchi e provati, è forse anche perché non riconosciamo abbastanza la varietà dei doni che lo Spirito suscita all’interno del nostro stesso presbiterio, come pure all’interno della nostra Chiesa e delle nostre comunità.

A questo riguardo abbiamo davanti una responsabilità e un compito importanti: quelli appunto di riconoscere i doni dello Spirito, di non soffocarli, di valorizzarli, di promuoverli, senza gelosie, senza invidie, e magari anche sollecitando, con rispetto ma anche con fiducia, le persone a mettere a disposizione di tutti i doni che lo Spirito suscita per la vita e la missione della Chiesa.

Forse mi sbaglio, ma sono convinto che, insieme con la preghiera umile e insistente, questa sia anche una condizione fondamentale per un’efficace pastorale vocazionale, di cui abbiamo quanto mai bisogno – ma, attenzione, non per noi, ma per il bene e la gioia delle persone stesse, dei nostri giovani in particolare. Comunità dove i doni di tutti sono valorizzati, apprezzati, riconosciuti, dando fiducia alle persone, incoraggiandole, aiutandole a viverli con generosità e senza cercare spazi di potere… comunità così saranno luoghi dove potranno ancora germogliare vocazioni al ministero presbiterale, al diaconato, alla vita consacrata, alla missione, alla formazione di famiglie veramente secondo il cuore di Dio.

Lo Spirito Santo, nel quale siamo stati consacrati nel giorno dell’ordinazione, ci aiuti dunque a vivere l’intimità con il Signore Gesù e a conformarci in tutto a lui; ci dia libertà e gioia per proclamare, con la parola e con le opere, il Vangelo della salvezza ai poveri; e ci faccia vivere il ministero nel presbiterio e nella comunità dei fratelli, arricchita dei suoi doni molteplici, perché a tutti sia testimoniato il Vangelo come promessa sicura di salvezza e di vita.