CORRIDOI UMANITARI: Da Beirut 43 profughi siriani in Italia

“I frutti della pace che abbiamo in Europa sono l’accoglienza e l’ospitalità che noi viviamo oggi. Nella vostra cultura l’ospitalità è fondamentale. Oggi lo è anche per noi e lo deve diventare sempre di più nella cultura europea”. Con queste parole, tradotte in arabo, Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha dato il benvenuto ai 43 profughi siriani che grazie ai corridoi umanitari promossi da insieme con la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) e la Tavola valdese, sono arrivati martedì 27 marzo con un volo dal Libano. Il giorno dopo ne arriveranno altri 47. Si tratta di nuclei familiari provenienti da Aleppo, Homs, Raqqa e Edlib; oltre un terzo sono bambini.

L’Iniziativa dei “corridoi umanitari” è stata avviata in Italia nel 2016 ed è giunta ad un secondo protocollo firmato dai tre organismi con i ministeri dell’Interno e degli Esteri, per un ulteriore quota di mille persone da portare in Italia, per altri due anni, dai campi profughi in Libano. Un modello di accoglienza e integrazione possibile e sicuro che è stato recepito in Francia dove due giorni fa sono arrivate a Parigi altre 15 persone, portando così a 107 il numero di profughi accolti nel Paese. Nei prossimi giorni sono previsti, sempre dal Libano, nuovi arrivi in Belgio.

Le persone sono scelte in base a criteri di vulnerabilità: per lo più situazioni di gravi malattie, mancanza di sicurezza, alto rischio di violenza soprattutto su donne e bambini. La caratteristica di questo nuovo arrivo a Fiumicino sono i ricongiungimenti familiari. C’è chi è venuto a prendere un fratello o una sorella. Chi la madre. Si sono rivolti alla Comunità di Sant’Egidio o alle Chiese evangeliche dopo aver bussato le porte di tutte le ambasciate, quando hanno capito che alla domanda di ricongiungimento, la risposta era sempre, no.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Toccante è la storia di Jalal. Con la moglie ed una bambina di 7 anni è arrivato da Sabaudia per accogliere la madre, Majida. Sono 7 anni che Jalal non la vede, “da quando in Siria è scoppiata la guerra”. L’aveva lasciata nella sua città natale, a Idleb, nel nord del Paese, al confine con la Turchia.  La donna ha fatto appena in tempo due mesi fa a lasciare la sua casa prima che una bomba la riducesse in un cumolo di macerie. “E’ stato un miracolo che lei non ci fosse”, dice Jalal mostrando sul cellulare la foto di un cumulo grigio di calcinacci e polvere.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Dietro ad ogni volto, ad ogni storia, c’è Maria Quinto, della Comunità di Sant’Egidio. E’ lei, insieme a uno staff, a seguire in Libano l’iniziativa, a parlare con le persone, conoscere nei minimi dettagli le singole situazioni, a capire con “sapienza”, dice, quale sia la scelta più giusta da fare. Per non parlare poi dei documenti da sistemare in loco, con l’ambasciata italiana e con le autorità libanesi. “Ci troviamo di fronte a un numero elevato di persone e non vogliamo porre limitazioni ai percorsi che iniziamo”. Diversi sono i criteri di osservazione: la vulnerabilità ma anche la possibilità di integrazione che i profughi effettivamente hanno una volta arrivati in Italia. Ci sono spesso delle persone che presentano una tale fragilità per cui il viaggio in Europa può rappresentare un ulteriore trauma.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Purtroppo il frutto della guerra in Siria è la migrazione”, dice Impagliazzo rivolgendosi ai nuovi arrivi. “Siete stati costretti a lasciare il vostro Paese, non lo avete fatto per gioco. Voi qui ci ricordate che il frutto della guerra è che tante persone devono forzatamene lasciare le loro case. Per questo lavoriamo ogni giorno per la pace. Preghiamo per la pace. Vi diciamo benvenuti nuovi cittadini. Le nostre comunità vi accoglieranno, il vostro futuro è qui, in attesa che la pace venga anche nel vostro Paese”.

“L’Italia, l’Europa, noi tutti siamo distratti”, dice Paolo Naso, a nome della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e della Tavola valdese. “Facciamo finta di non sapere e non vedere cosa sta accadendo in Siria, nel Mediterraneo, in Libia. E invece la situazione è drammatica. Siamo qui perché solo qualche giorno fa nel Mediterraneo è stato trovato un barcone vuoto, segno che altre persone senza nome sono morte. Siamo qui perché è necessario essere con chi soffre”. E ad accogliere i profughi c’è anche il vice ministro degli Esteri Mario Giro. “A nome del governo e di tutti gli italiani, vi do il benvenuto in questo Paese che può essere la vostra nuova casa”, dice. “La guerra in Siria è uno scandalo di questo secolo perché non è stata fermata. Ancora si combatte. Molte città sono distrutte. Il nostro nemico è la guerra. Noi non abbiamo nessun altro nemico se non la guerra. Non ci sono stranieri, non ci sono etnie diverse, ci sono solo uomini e donne che fuggono dalla guerra”.