SEQUESTRO MORO: Quel 16 marzo 1978

di ROMANO DASTI

Il 16 marzo del 1978 è un giorno ancora vivo nella mia memoria. Vicende personali e dramma di una nazione si sono intrecciati. Ero all’ultimo anno di liceo classico, il “Racchetti”, in dirittura d’arrivo verso l’agognata “maturità”. Ero anche, in quell’anno, rappresentante degli studenti in Consiglio d’istituto, una carica “prestigiosa” negli anni in cui i “decreti delegati” rappresentavano ancora una conquista di democrazia e gli “organi collegiali” della scuola uno spazio – almeno simbolico – di partecipazione.

Erano circa le 9 quando il campanello della seconda ora segnò l’ingresso del docente di storia dell’arte, il professor Edoardo “Dado” Edallo. Si sedette alla cattedra e rimase immobile. Ho ancora ben presente il volto più pallido del solito e lo sguardo perso nel vuoto. Alle domande di noi studenti risponse: “Hanno rapito Moro”. Mi precipitai in segreteria dove era accesa la radio, che sta mandando in diretta le prime notizie, frammentarie e confuse, di quanto stava accadendo.

Nel corso della mattina il quadro del dramma nazionale apparve chiaro ed il preside Ugo Palmieri decise di convocare in aula magna le classi del liceo per una breve assemblea durante la quale, con il suo parlare asciutto ed il suo sguardo severo, informò su quanto accaduto. Eravamo abituati, in quegli anni, alle notizie di attentati e rapimenti da parte dei gruppi terroristici, ma il rapimento Moro superava di gran lunga gli episodi precedenti e dava il senso dello smarrimento di un intero paese.

Non la pensavamo tutti allo stesso modo, naturalmente. E lo si vide nel corso dell’incontro delle diverse organizzazioni studentesche convocato per il primo pomeriggio al Sant’Agostino, in sala Pietro Da Cemmo. Lì ascoltai il ventaglio delle posizioni delle rappresentanze studentesche di allora, che però – lo percepivo in modo netto – non erano più in sintonia con la maggioranza degli studenti. Si andava dalla sinistra, all’estrema sinistra: da chi, non tanto velatamente, plaudeva al rapimento di un esponente politico di un partito considerato di destra a chi, come gli esponenti dei giovani comunisti (la Fgci), in linea con le posizioni del partito assumeva – anche se a fatica – una posizione di aperta condanna dell’accaduto. In quel 1978 stava del resto tramontando quell’egemonia della sinistra ideologica che aveva imperversato tra gli studenti per quasi tutto il decennio precedente. Quella riunione si concluse comunque con una netta maggioranza a favore dell’indizione di un’assemblea cittadina degli studenti di tutte le scuole superiori di Crema per la mattina seguente al Palazzetto Bertoni. Un’assemblea che voleva dare un forte segnale di condanna di quanto era accaduto e di solidarietà con chi ne era stato vittima.

Lasciato il Sant’Agostino mi recai al San Luigi, la sede di quel Gruppo Ricerca che da un paio d’anni riuniva alcuni studenti di orientamento cattolico, costituendo una preziosa occasione di formazione sotto la guida dell’indimenticato don Franco Mandonico, promuovendo poi nelle diverse scuole momenti di presenza e di partecipazione negli organi collegiali. Al San Luigi con un gruppetto di amici stilammo l’immancabile “volantino” ciclostilato, che fissava la posizione del Gruppo Ricerca, da distribuire davanti alle scuole l’indomani.

Per me e per il Gruppo Ricerca Moro non era semplicemente un esponente di primo piano della Democrazia cristiana e quindi del potere politico in Italia. Era, in quel momento, il migliore interprete della tradizione del cattolicesimo democratico a cui anche noi ci ispiravamo; un cattolicesimo aperto alle istanze della cultura, desideroso di capire i cambiamenti in atto, disponibile a dare il proprio apporto – in fedeltà ai propri valori – nella società e nella politica. Nel rapimento Moro vedevamo la sinistra lucidità di chi aveva mirato alla persona di maggiore spessore del partito al potere, quella che per rigore morale e intelligenza politica sovrastava i più.

Era ormai sera quando me ne tornai in pullman a Vaiano, il mio paese. La cena con i miei genitori, militanti democristiani fin dalla gioventù, fu l’occasione per condividere lo smarrimento, l’incertezza del momento ed insieme, implicito, il senso di fiera appartenenza ad un’esperienza politica che in quegli anni stava subendo tanti attacchi ma che insieme stava pagando un prezzo altissimo.

La giornata era stata intensa e piena di emozioni ma dopo cena trovai ancora il tempo di stendere gli appunti dell’intervento che avrei fatto, a nome del Gruppo Ricerca, nell’assemblea cittadina del giorno dopo.

Poche giornate come quel 16 marzo del 1978 hanno segnato la mia crescita personale, costituendo un passaggio, non solo simbolico, verso la “maturità”.