NATALE. Il vescovo Daniele Gianotti celebra la Messa di Mezzanotte

Il vescovo mons. Daniele Gianotti ha appena concluso, in cattedrale, la solenne Eucarestia della notte di Natale, iniziata alle ore 23.30.Al suo fianco il parroco don Emilio, il canonico don Ersilio Ogliari e mons. Angelo Lameri. La liturgia è iniziata con la Veglia nella quale l’assemblea si è messa in ascolto di alcune promesse del Messia nel Vecchio Testamento (nella Genesi e nei profeti Isaia, Michea e Sofonia). È seguita la preghiera per la venuta del Salvatore con le antichissime antifone proprie della liturgia romana e un’antica narrazione della nascita di Cristo.

Di seguito il vescovo ha posto nella mangiatoia, allestita sull’altare maggiore, l’immagine del Bambino Gesù che poi ha incensato. Quindi ha preso il via la Santa Messa con il ritorno del canto del Gloria, solennemente intonato dalla corale F. Cavalli, diretta dal maestro Alberto Dossena.

L’OMELIA DEL VESCOVO

Nell’omelia il vescovo Daniele ha proclamato che “la «grande gioia» proclamata dagli angeli continua a essere proposta a noi e al mondo intero; il «segno» indicato ai pastori – quel «bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia» – è il segno attraverso il quale Dio ancora ci parla; e noi cristiani, in fondo, non abbiamo altro da dire ai nostri contemporanei, se non indicare quel segno, il segno di Gesù bambino, che poi anticipa l’altro segno, quello dell’uomo crocifisso, avvolto in un lenzuolo, e deposto nella tomba. (…) In lui, nel Figlio Gesù Cristo, e solo in lui, noi possiamo tentare di dire qualcosa del Dio in cui crediamo.”

Mons. Gianotti si è poi soffermato sul tema del censimento, sottolineando al proposito l’insistenza di Luca: nelle prime righe del racconto, questa parola, o il verbo relativo, ricorrono quattro volte. “Ora il censimento, nella Bibbia – ha spiegato – è un atto guardato spesso con diffidenza: l’uomo, il re in particolare, non lo può fare, se non con molte cautele e, in definitiva, chiedendo il permesso a Dio, perché il censimento è un atto di potere e di possesso. Attraverso questo atto, il sovrano, l’imperatore, vuole misurare le forze militari su cui può contare, oppure le ricchezze sulle quali poi calcolare le tasse che potrà esigere dai suoi sudditi. Il censimento rimanda dunque al dominio e alla ricchezza: due elementi sui quali noi uomini (non solo i re o gli imperatori) siamo tentati di misurare il valore di noi stessi e della nostra vita.”

Gesù nasce al tempo del censimento, ha continuato mons. Gianotti, ma  contesta i criteri di potere e di ricchezza che ne stanno alla base. “Li contesta, perché al momento del censimento egli è un bambino che non possiede nulla e che non ha nessun potere (all’epoca, il censimento riguardava solo gli adulti); li contesta, perché nel mondo degli uomini per lui non c’è posto, tanto che viene adagiato in una mangiatoia, in una greppia per animali; li contesta, perché mentre l’imperatore e il governatore comandano il censimento «di tutta la terra», non è a loro che verrà notificata la nascita di Gesù, ma a dei poveri pastori, che fanno la guardia al gregge; saranno loro, e non i funzionari dell’impero, a registrare questa nascita.

Per noi – ha concluso – che vogliamo essere discepoli di quest’uomo, riconoscendo in lui il Figlio di Dio, si pone inevitabilmente la questione: dov’è che vogliamo essere censiti, dove vogliamo «iscrivere» la nostra vita? Accettando di essere censiti con il Bimbo nato a Betlemme, riconosceremo davvero che in lui, e solo in lui, come dice la seconda lettura, «è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini.

IL TESTO COMPLETO DELL’OMELIA

Abbiamo ascoltato risuonare già in tanti modi, nella liturgia, il lieto annuncio del Natale: in particolare, lo abbiamo ascoltato poco fa, nelle parole dell’evangelista Luca, che riportano le parole degli angeli ai pastori: «Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2, 11).

La liturgia fa di questo «oggi» – così importante in tutto il vangelo di Luca – non soltanto il ricordo di qualcosa accaduto più di duemila anni fa: la luce che ha illuminato la notte santa di Betlemme, noi lo crediamo, continua a risplendere anche per noi; la «grande gioia» proclamata dagli angeli continua a essere proposta a noi e al mondo intero; il «segno» indicato ai pastori – quel «bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia», sul quale Luca ritorna tre volte, nel racconto della natività – è il segno attraverso il quale Dio ancora ci parla; e noi cristiani, in fondo, non abbiamo altro da dire ai nostri contemporanei, se non indicare quel segno, il segno di Gesù bambino, che poi anticipa l’altro segno, quello dell’uomo crocifisso, avvolto in un lenzuolo, e deposto nella tomba (cf. 23, 53); e all’«oggi» degli angeli, che nella notte annunciano la nascita del Salvatore, corrisponde l’«oggi» di Gesù che, nell’oscurità della Croce, apre al ladrone perdonato le porte del paradiso (cf. 23, 43).

La sante Notti del Natale e della Pasqua si richiamano così l’una con l’altra: e il Dio che rivela il suo volto nella piccolezza del bambino deposto nella mangiatoia, si farà conoscere pienamente nello «spettacolo» (così dice l’evangelista Luca: cf. 23, 48) della croce. Nell’uno e nell’altro «spettacolo», quello del Presepio, come quello del Pasqua, noi impariamo a conoscere qualcosa del volto di Dio, che ci parla proprio mostrandoci il suo Figlio, che è quel Bimbo che ci è stato donato, che è quell’uomo la cui ultima parola sarà l’invocazione del Padre: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (23, 46).

In lui, dunque, nel Figlio Gesù Cristo, e solo in lui, noi possiamo tentare di dire qualcosa del Dio in cui crediamo. Ogni altro tentativo di parlare di Dio, di pensare e dire il suo mistero, dovrà sempre fare i conti con ciò che di Dio ci è rivelato da Gesù, nella parabola che va da Betlemme al Calvario, dal Natale alla Pasqua.

Ma il Natale di Gesù, nel suo legame con la Pasqua, ci parla anche dell’uomo, e mette in crisi anche certi nostri modi abituali di pensare a noi stessi.

Mi ha colpito, nel rileggere il racconto del Natale, l’insistenza di Luca sul censimento: nelle prime righe del racconto, questa parola, o il verbo relativo, ricorrono quattro volte. Ora il censimento, nella Bibbia, è un atto guardato spesso con diffidenza: l’uomo, il re in particolare, non lo può fare, se non con molte cautele e, in definitiva, chiedendo il permesso a Dio, perché il censimento è un atto di potere e di possesso. Attraverso questo atto, il sovrano, l’imperatore, vuole misurare le forze militari su cui può contare, oppure le ricchezze sulle quali poi calcolare le tasse che potrà esigere dai suoi sudditi. Il censimento rimanda dunque al dominio e alla ricchezza: due elementi sui quali noi uomini (non solo i re o gli imperatori) siamo tentati di misurare il valore di noi stessi e della nostra vita.

Gesù nasce al tempo del censimento: non ci interessano qui alcuni problemi storici sollevati da questa informazione; mentre ci interessa il fatto che così, certo, il Figlio di Dio si è voluto «iscrivere» nella nostra umanità, ha voluto essere veramente «uno di noi». Al tempo stesso, però, la nascita di Gesù contesta i criteri di potere e di ricchezza che stanno alla base del censimento.

Li contesta, perché al momento del censimento egli è un bambino che non possiede nulla e che non ha nessun potere (all’epoca, il censimento riguardava solo gli adulti); li contesta, perché nel mondo degli uomini per lui non c’è posto, tanto che viene adagiato in una mangiatoia, in una greppia per animali; li contesta, perché mentre l’imperatore e il governatore comandano il censimento «di tutta la terra», non è a loro che verrà notificata la nascita di Gesù, ma a dei poveri pastori, che fanno la guardia al gregge; saranno loro, e non i funzionari dell’impero, a registrare questa nascita.

Per noi, che vogliamo essere discepoli di quest’uomo, riconoscendo in lui il Figlio di Dio, si pone inevitabilmente la questione: dov’è che vogliamo essere censiti, dove vogliamo «iscrivere» la nostra vita? Non ci fa problema, naturalmente, essere censiti nelle liste degli uomini: lo hanno accettato Maria e Giuseppe, perché non dovremmo farlo noi?

Al tempo stesso, però, si pone la domanda se vogliamo essere censiti con quell’umanità nuova, che il Figlio di Dio, nascendo, vivendo e morendo in mezzo a noi, ha voluto inaugurare; se vogliamo essere censiti con colui che è venuto a rivelare il volto di Dio, del Padre, rivelando al tempo stesso il volto vero dell’uomo: e questo volto è quello del Figlio, che sceglie non la via del potere o della ricchezza, del dominio o della violenza, ma piuttosto quella dell’affidamento al Padre e del dono di sé ai fratelli, per essere l’uomo vero e autentico.

Accettando di essere censiti con il Bimbo nato a Betlemme, riconosceremo davvero che in lui, e solo in lui, come dice la seconda lettura, «è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (Tt 2,11-13).

La celebrazione del Natale del Signore ci aiuti dunque a contemplare la grazia di Dio, apparsa nella grotta di Betlemme; e ci conduca a vivere la nostra vita nel mondo «con sobrietà, con giustizia e con pietà», contemplando la bellezza dell’umanità di Gesù, e orientati alla speranza che la nascita del Salvatore dischiude a tutta l’umanità.