2017: un resoconto della situazione in Medio Oriente – Israele e Palestina

Il 2017 si era aperto marcando il 50° dell’occupazione militare israeliana dei territori palestinesi in seguito alla Guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno 1967). Ora si chiude senza alcun passo avanti nei negoziati. Anzi, l’annuncio di Trump sembra aver messo una pietra tombale sul processo di pace. E forse anche sulla pacificazione complessiva della regione.

Il processo di pace è morto da anni

“Non c’è la volontà di Israele – spiega Riccardo Redaelli – di fare concessioni. I palestinesi sono deboli e divisi. Israele ha tratto profitto dalle divisioni del mondo arabo spostandosi molto a destra nelle posizioni di chiusura verso i palestinesi e portando avanti la politica degli insediamenti”. Quindi tutto serviva meno che l’annuncio di Trump su Gerusalemme. Una mossa compiuta molto a freddo che mostra la palese volontà del presidente Usa di rispondere alla parte più estrema del suo elettorato (lobby filo-israeliana ed evangelici radicali). Tuttavia la mossa del presidente appare nociva allo Stato ebraico perchè ha favorito l’opposizione radicale a Israele, mettendo in difficoltà un grande alleato regionale come l’Arabia Saudita.

Vertice straordinario dell’Organizzazione della cooperazione islamica a Istanbul

Il summit, voluto da Erdogan, è stata una mossa strumentale volta a distogliere l’opinione pubblica dalle difficoltà interne del Sultano. Si è trattato di un escamotage di sicuro per tranquillizzare il proprio elettorato e riproporsi come difensore dei palestinesi davanti al mondo islamico nel momento in cui la Turchia ha collezionato una serie di fallimenti regionali, come si è visto, per esempio, in Siria.

Sconfitta militare dello Stato islamico, ma non la mentalità terroristica
Daesh si è rivelato militarmente più debole di quel che si pensasse. Quando si è deciso di contrastarlo, è stato sconfitto. Sono stati molto bravi iraniani e russi in Iraq e Siria a colpirlo duramente e a mobilitare le forze sciite volontarie. Lo stesso hanno fatto gli Usa con i curdi, come accaduto a Raqqa.
La sconfitta ripostata Daesh nell’alveo del Jihadismo globale

Nella penisola del Sinai, in Egitto, i combattenti dello Stato islamico hanno trovato rifugio. Stragi contro i civili e attacchi a forze militari regolari vengono condotti da anni in questo lembo di terra difficile da controllare per oggettive difficoltà territoriali. Si tratta di tensioni che, con quelle analoghe che si accendono anche in Mali, Algeria del sud, Libia e Somalia, sono destinate a durare. Un grande pericolo, adesso, è rappresentato dal ritorno dei foreign fighters nei rispettivi Paesi: sono delle vere mine vaganti per la sicurezza internazionale.

La guerra in Siria e Assad

Un conflitto che sembra volgere a favore del presidente Assad grazie ai suoi alleati Russia e Iran. A perderla sono stati l’Arabia Saudita, la Turchia e gli Usa. Tuttavia Assad non è una persona che può proporsi come ricostruttore della Siria: manca un piano internazionale. La cosa migliore potrebbe essere una successione pilotata con un altro alauita, accettabile da russi e iraniani, e che renda il regime meno inaccettabile.

Il ruolo della Libia

A combattere in Siria ci sono anche le milizie sciite libanesi di Hezbollah. Il Libano si conferma come snodo importante, ma al tempo stesso anche debole dello scacchiere mediorientale. Dunque il Libano rischia di essere il nuovo fronte di instabilità nella Regione. Se ciò accadesse, sarebbe drammatico per tutto il Medio Oriente. La vittoria in Siria rafforza l’arco sciita che da Beirut arriva a Damasco fino a Baghdad per non dimenticare lo Yemen. Puntare a indebolire Hezbollah, come Israele e Arabia Saudita sono intenzionati a fare, significa anche far crollare il Libano. La rozzezza strategica saudita, come si è visto nel caso delle dimissioni del premier libanese Saad Hariri, potrebbe portare Riyad all’ennesimo flop dopo Siria, Iraq e Yemen.

Yemen: una guerra di cui nessuno parla

Nel Paese situato all’estremità della Penisola araba del Golfo si fronteggiano le forze filo-saudite e i ribelli Houti filo-iraniani. I sauditi pensavano di vincere in poche settimane ma di fatto hanno spinto l’Iran ad aumentare gli aiuti agli Houti. Una guerra in cui si bombardano civili, ospedali, campi profughi, tutto nel vergognoso silenzio dell’Onu. Alla luce di quanto detto, pare chiaro che si vedranno sempre più fronteggiarsi, in Medio Oriente, Russia-Iran da una parte e Usa-Arabia Saudita-Israele dall’altra.
Previsioni per il futuro 

Di certo enormi tensioni. Il dato più pericoloso viene dall’amministrazione Trump che è tornato alla demonizzazione dell’Iran e al sostegno indiscriminato e acritico a Israele e Arabia Saudita. Questo sarà fonte di enormi problemi anche perchè con l’accordo sul nucleare si poteva moderare l’Iran. Invece questa politica di demonizzazione porterà enormi tensioni e finirà per appoggiare la parte peggiore del governo iraniano. Il governo di Hassan Rohani è di fatto esautorato. Per le questioni regionali e securitarie comandano i pasdaran, i guardiani della rivoluzione.

La causa palestinese

Peserà la decisione israeliana di volersi tenere i Territori Occupati e di non ragionare su Gerusalemme. Quindi la volontà è quella di non arrivare ad alcun accordo. Il tempo lavora per Israele. Dei palestinesi, ormai, non interessa più nulla a nessuno.

(Articolo di Daniele Rocchi, fonte AgenSir)