TRUMP. GERUSALEMME CAPITALE DI ISRAELE

Abbiamo chiesto un’analisi della politica del presidente americano ad Andrea Bartoli, preside della Scuola di diplomazia e di Relazioni internazionali della Seton Hall University in New Jersey. Il professor Bartoli, esperto in risoluzione dei conflitti e diplomatico per oltre venti anni, legge nelle decisioni di Trump “un’occasione per la politica di sperimentare strade e percorsi creativi di pace e di convivenza rispettosa”
(Foto: AFP/SIR)
(da New York) Sono trascorse poche ore dalla conferenza stampa con cui il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato Gerusalemme, capitale di Israele, scatenando reazioni internazionali estremamente controverse: plausi dal governo di Benjamin Netanyahu, contestazioni nei Paesi arabi e di tanti leader europei. Abbiamo chiesto un’analisi del discorso e della politica del presidente americano ad Andrea Bartoli, preside della Scuola di diplomazia e di Relazioni internazionali della Seton Hall University in New Jersey. Il professor Bartoli, esperto in risoluzione dei conflitti e diplomatico per oltre venti anni, legge nelle decisioni di Trump “un’occasione per la politica di sperimentare strade e percorsi creativi di pace e di convivenza rispettosa”.

Come valuta la decisione presa dal presidente Trump?
Il presidente vuol mostrare un atteggiamento di serietà rispetto a parole dette molte volte e in più occasioni e vuol dar seguito a una posizione che il Congresso americano aveva già preso 20 anni fa, quindi

non è un fatto nuovo nella politica americana.

È nuovo nel senso che le ragioni della real politik avevano spinto i presidenti degli ultimi 20 anni a rimandare questo passo. Trump, forse spinto anche dal desiderio di distrarre i media da preoccupazioni interne, come l’affare con la Russia, ha agito in maniera totalmente diversa da tutti i suoi predecessori. Del resto lui si presenta come il presidente indipendente, come colui che decide e che agisce in piena autonomia e questa decisione, in fondo, esprime bene la sua presidenza, l’alleanza con settori della politica israeliana e con settori del suo elettorato a cui lui è stato fedele sin dal giorno in cui è stato eletto.

Non le sembra una decisione avventata che non tiene conto del resto del mondo?
Trump va letto come un presidente radicale, che risponde ad un elettorato specifico e si preoccupa sempre meno del “tutto”. Lui ha rinunciato, sotto certi aspetti, ad essere presidente del mondo e non ha più l’ambizione egemonica di un Roosevelt, per esempio, che dopo Pearl Harbour parla di una pace mondiale e pensa alle Nazioni Unite, come un modo per rafforzare e istituzionalizzare l’influenza politica, sociale, culturale degli Stati Uniti. Per Trump gli impegni internazionali sono un orpello, un peso, una difficoltà, un modo di restringere il suo spazio politico. Lui ha bisogno di ricominciare solo dall’America e anzi da una parte dell’America e quindi è un presidente partigiano, è presidente di qualcuno e non lo è di tutti.

In un contesto così globalizzato non rischia di essere un atteggiamento pericoloso?
Trump, in fondo, dice solo una cosa: “Ognuno deve fare la sua parte. Io faccio quello che ho detto di fare e gli altri facciano cosa devono fare”. Di fronte a queste dichiarazioni subentra la grande responsabilità della risposta. E qui faccio qualche esempio. Yitzhak Rabin, primo ministro israeliano e Nobel per la pace, non è stato ucciso da un cristiano, da un musulmano, da un indù, ma da un ebreo. E se la risposta alla pace e alla ricerca della pacificazione è stata l’uccisione più drammatica dello Stato di Israele ci sono domande che vanno fatte al cuore della storia. Lo stesso vale per i Trattati di Oslo: nati come operazione di pace, in molti vi hanno risposto con la violenza e la ribellione.

Potremmo rischiare lo stesso anche dopo le decisioni di Trump…
Dipende da come rispondono gli altri Paesi della regione. Dobbiamo però chiederci: come mai una scelta amministrativa, come quella di spostare un’ambasciata a distanza di pochi chilometri, provoca queste reazioni?

La prima riflessione da fare è su Gerusalemme e noi cattolici dovremmo farla per primi perché non possiamo non considerare la logica di una politica spirituale, soprattutto dopo un Giovanni Paolo II, morto povero e in grado di raccogliere milioni di persone nel mondo e di cambiare la storia.

Oggi toccare Gerusalemme significa toccare la pace. Come spiegare allora questa scelta di totale appiattimento nei confronti di Israele, aiuterà la pace o no?

Questo processo allora aiuterà davvero la pace?
Ripeto. Noi non sappiamo come risponderanno i Paesi arabi, i palestinesi, ma è certo che Gerusalemme richiede una risposta di tutti e quindi inviterei gli Stati e i singoli ad interrogarsi su quale risposta si stia dando e si vuole dare. Valuto in maniera molto positiva il fatto che Gerusalemme sia una città importante per tanti e che la preoccupazione sul suo futuro sia collettiva e condivisa: mi sembra il segnale di un mondo più vicino, più attento e partecipe.

Quindi siamo tutti responsabili nel dare risposte di pacificazione?
La tentazione forte di questo tempo è quella di usare Trump per fomentare venti di guerre, animosità, divisioni. Invece noi americani, anche come cristiani, non possiamo contribuire a questo status quo e accontentarci, ma con grande attenzione vanno cercate le strade della coesistenza possibile, di una politica alta e di una rappresentatività che si fa davvero creativa.

Il piano su Gerusalemme potrebbe, dunque, rivelarsi una chance per sperimentare nuovi processi?
Le scelte politiche sono politiche, con conseguenze politiche. Guardando lo stato finale di Gerusalemme sono incuriosito e interessato a capire se sarà riconsiderata, ad esempio, la proposta dell’ex primo ministro israeliano, Olmert. Lo statista voleva dare alla città vecchia di Gerusalemme, quella delle mura, del Getsemani, una territorialità particolare, con nessuna sovranità esclusiva ma piuttosto con una sovranità condivisa tra israeliani, palestinesi, sauditi, giordani e americani. Certo questa è una delle tante proposte in campo, ma spiega bene che Gerusalemme vuol dire tanto per tanti. Per cui una scelta politica operata sulla città deve tener conto delle richieste dello Stato di Israele, ma anche delle aspettative di pace, tolleranza, accoglienza che sono aspirazione di miliardi di altre persone sparse nel mondo.

Maddalena Maltese (da New York)