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Myanmar e Bangladesh: Inizia il viaggio internazionale di Papa Francesco. Parola chiave: pace

(da AgenSir) Per Papa Francesco, quella di ieri, è stata una lunga domenica. In tarda serata, ha lasciato il Vaticano per il suo ventesimo viaggio internazionale. Le mete: Myanmar (l’ex Birmania) e Bangladesh (27 novembre – 2 dicembre). Visita che ha come chiave di lettura la parola pace, coniugata con amore nella prima nazione a maggioranza buddhista, e con armonia nel Paese a maggioranza musulmano che, storicamente, nasce da una scissione con il Pakistan. Due Paesi vicini geograficamente ma molto differenti, a cominciare proprio dalla religione. Per il Pontefice una nuova pagina del suo itinerario verso le periferie geografiche, per far riflettere l’Occidente, il nord ricco del mondo, sulla storia e le difficoltà di queste nazioni asiatiche e sul desiderio di pace che anima questi popoli. Sullo sfondo la vicenda dei profughi Rohingya, di religione islamica, e la lenta transizione verso la democrazia in Myanmar. E la situazione del Bangladesh, Paese tra i più poveri del mondo.
Viaggio ancora che, in un certo senso, ha un inizio in piazza san Pietro con le parole che Francesco pronuncia all’Angelus davanti a 30mila persone. Siamo al termine dell’anno liturgico e con domenica prossima entriamo nel tempo di Avvento, e Matteo, nel Vangelo della solennità di Cristo re dell’universo, mette in primo piano un verbo, fare, usato in senso positivo o negativo, in questa pagina, icona del giudizio finale. Interroga questa pagina evangelica, sorta di sintesi del cammino dell’umanità credente e non solo, proprio perché ci chiede se abbiamo davvero messo in primo piano il bene comune, l’attenzione verso l’altro; ci chiede se siamo stati egoisti, chiusi nel nostro piccolo mondo o se abbiamo teso la mano e accompagnato l’altro, chiunque esso sia. E questo non per un gesto dovuto, né per un principio religioso, ma semplicemente per il nostro essere cittadini di questo mondo, con i suoi limiti e le sue, e nostre, debolezze.
Fare, non fare, dunque: la differenza tra azione e omissione. Tra coloro che hanno dato da mangiare all’affamato, da bere all’assetato, che hanno accolto lo straniero e visitato il malato e il carcerato, e quanti non hanno compiuto questi gesti di misericordia. Questa parola, ricorda il Papa all’Angelus, “non finisce mai di colpirci, perché ci rivela fino a che punto arriva l’amore di Dio: fino al punto di immedesimarsi con noi, ma non quando stiamo bene, quando siamo sani e felici, no, ma quando siamo nel bisogno. E in questo modo nascosto lui si lascia incontrare, ci tende la mano come mendicante”.
Il confronto tra “giusti” e “ingiusti” avviene semplicemente tra il fare e non fare, e non tanto e non solo tra l’agire buono e un agire cattivo. Il criterio decisivo del giudizio di Gesù, dice Francesco, è “l’amore concreto per il prossimo in difficoltà. E così si rivela il potere dell’amore, la regalità di Dio: solidale con chi soffre per suscitare dappertutto atteggiamenti e opere di misericordia”.
Alla fine della nostra vita, afferma ancora il Papa, “saremo giudicati sull’amore, cioè sul nostro concreto impegno di amare e servire Gesù nei nostri fratelli più piccoli e bisognosi. Quel mendicante, quel bisognoso che tende la mano è Gesù; quell’ammalato che devo visitare è Gesù; quel carcerato è Gesù; quell’affamato è Gesù. Pensiamo a questo. Gesù verrà alla fine dei tempi per giudicare tutte le nazioni, ma viene a noi ogni giorno, in tanti modi, e ci chiede di accoglierlo”. In un tempo come il nostro in cui spesso sono solo le parole a raccontare gesti e azioni, Gesù nella sua esistenza raccontata dai Vangeli agisce, e poi parla, spiega. È colui che si è messo dalla parte degli ultimi, dei più piccoli.
È in questa chiave che possiamo leggere anche il viaggio asiatico di Papa Francesco, per accendere i riflettori su questi popoli in difficoltà e alla ricerca della pace. Non è un caso che il viaggio si concluderà con la visita alla casa di Madre Teresa a Tejgaon, tra i più poveri tra i poveri. E con l’incontro con i giovani chiamati ad essere, in Myanmar e Bangladesh, artefici di cambiamenti e costruttori di pace e riconciliazione.