Crema – Sara Locatelli ha presentato il suo libro “Diastema – Distanze” giovedì 2 novembre in biblioteca

Giovedì 2 novembre, con inizio alle ore 21, Sara Locatelli, docente del liceo Racchetti-Da Vinci, ha presentato il suo primo libro, Diastemata. Distanze, edito dalla prestigiosa casa editrice L’Erudita – marchio di Giulio Perrone Editore (non si tratta dunque di una autopubblicazione).

A seguire l’intervista a cura del prof. Vittorio Dornetti e l’pprofondimento riguardo alla genesi e al contenuto del libro, emerso durnate la serata.

  • 1) La presenza di un retaggio irrisolto che coinvolge passato e presente è un tratto peculiare della tragedia greca, le colpe passano di padre in figlio, spesso con esiti devastanti (vedi Edipo, ma anche Oreste). Sta qui il senso del richiamo alla grecità, addirittura le “dramatis personae” che accompagnano la tragedia greca?

La genesi del romanzo e delle problematiche che si tenta di sviscerarvi risentono molto della mia formazione, in particolare la riflessione sulla catena di colpe che pressoché inesorabilmente si trasmettono di padre in figlio, anche quando si faccia di tutto per sfuggirvi. Parimenti, ha innegabilmente agito su di me il fascino delle figure femminili presenti nella tragedia greca: penso ad Antigone e alla sua difesa delle leggi non scritte ma anche alla Medea di Euripide rivista da Seneca con innegabile capacità di scandagliare nel torbido delle passioni umane. Senza dubbio, è un’operazione che pecca di hybris: il voler trasporre nella contemporaneità il meccanismo delle colpe (come dice Giulia ad un certo punto ‘del dolore gettato nella fossa scavata da un altro dolore’) della tragedia classica, aggiungendo per maggior chiarezza il richiamo alle personae dramatis, non è un’ambizione facile. Non intendo misurarmi ovviamente con nessuno dei grandi tragediografi antichi, ho solo voluto far mia una suggestione. Lo stesso si può dire per quell’altro fondamento della tragedia: attraverso la sofferenza si giunge alla conoscenza. Tutti i personaggi del romanzo, soprattutto le donne che rifiutano la verità in nome della volontà più o meno consapevole di crogiolarsi in un eterno dolore, arriveranno nella conclusione a compiere un percorso in cui la loro sofferenza si aprirà alla necessità o volontà di conoscere, in un processo di liberazione che, se non ricompone le loro sorti, le apre tuttavia a dimensioni nuove.

Questi sono i debiti rispetto alla tragedia greca. VI sono tuttavia delle evidenti differenze, che si risolvono nel fatto che, mentre esse evocavano degli archetipi, gli archetipi dei sentimenti e delle passioni umane, Diastemata è calato in una dimensione storica ben precisa e così i suoi personaggi, che diventano vivi e reali. Ad esempio, c’è l’archetipo della donna abbandonata in amara solitudine e della sua disperazione ma inserita in un contesto storico-politico che ne sottolinea la fatica nella vita quotidiana, le difficoltà rispetto alla morale comune nonché nel mondo del lavoro; c’è l’archetipo dell’esposto, in questo caso si tratta di un’esposta, in un momento e in un luogo particolari per ricostruire i quali ho compiuto delle ricerche d’archivio il più possibile complete e approfondite.

 

  • 2) La protagonista è un classico esempio di “narratore inattendibile” nella prima parte del romanzo. Qui sei davvero brava. Il lettore ascolta la sua voce, tende naturalmente ad identificarsi con lei, ma coglie nelle sue parole un eccesso, un fervore che ne denuncia l’illusorietà, la fragilità, la mancanza di radicamento nel reale (che viene disvelato nella parte finale, in corsivo, dove la realtà prende possesso della scena, ma la sensibilità femminile, la volontà di mettersi totalmente in gioco non viene – giustamente – rinnegata del tutto. Mi viene in mente uno scrittore a me molto caro, Guido Piovene, che ha analizzato splendidamente questa “ambiguità” della persona (vedi “Lettere di una novizia”)

Confesso la mia ignoranza: non ho mai letto nulla di Piovene… Colpevole pecca da universitaria classicista. Ho cercato di colmare le mie lacune in questi giorni e devo dire che mi si è aperto un mondo.

Mi sono ritrovata nella constatazione del carattere “multiplo, ipotetico, dubitativo” della realtà contemporanea che preclude ogni possibile inferenza a partire dalla soggettività dei personaggi, resa a livello narrativo dalla molteplicità dei punti di vista per adattare il romanzo a una situazione umana complessa: “nessuna chiave è sufficiente per penetrarvi, e sempre meno noi possiamo pretendere di possedere tutte le chiavi in una volta.”

L’illuminazione totale può venire solo dalla composizione delle diverse voci, di conseguenza, la conoscenza sta nell’accettazione della molteplicità di piani. Tutti i personaggi offrono una personale interpretazione della storia passata, spesso corretta da successive rivelazioni sicché il recupero del passato non è mai pienamente attingibile perché la ricostruzione è svolta individualmente in una dimensione parziale e la fiducia del lettore, il patto narrativo, viene disatteso via via nel romanzo.

I personaggi, come dicevo prima, rifuggono dal conoscersi a fondo, il problema è quello della dissimulazione con se stessi che agisce inconsciamente perché è un balsamo che permette all’uomo di sopravvivere ma intanto lo paralizza e pare l’unica garanzia di equilibrio possibile. Ognuno capisce se stesso e l’altro solo quanto gli occorre; ognuno tiene i suoi pensieri sospesi, fluidi, indecifrati, pronti a mutare. E’ quello che Piovene chiama malafede, definita come arte di non conoscersi oltre perché che potrebbe fornire un’altra chiave del tutto e dunque provocare una svolta nella vita.

Duplicità è pure quella tra tempo della storia e tempo del racconto. I fatti di cui si narra sono tutti avvenuti nel passato mentre la narrazione si svolge nel presente e allude ellitticamente alle parti mancanti di quegli stessi avvenimenti, frantumati e ripetuti nelle varie versioni dei parlanti, la cui stentata illuminazione si proietta sempre in avanti, in una frustrata indagine investigativa.

Lo scontro tra le due istanze temporali a mio avviso è un ennesimo espediente architettonico per rimarcare l’impossibilità della verità, se non componendo le varie tessere del mosaico di cui all’inizio parla Giulia per approdare a un epilogo che non è chiarificatore per tutti ma comunque ricompone.

Come in Piovene, l’atteggiamento trova il proprio correlativo oggettivo nella nebbia dove ci si può lasciar andare a una dolcezza senza limiti ma che si afferma anche come metafora dell’incerto.

La verità dei fatti è ciò che a forza viene taciuto e cancellato e si dà solo per parole elusive su quanto deve restare celato, coinvolgendo il lettore in una prova di disponibilità investigativa nei confronti delle parole. In tale disponibilità sta in effetti il bandolo per attingere al senso più autentico del romanzo: l’invito a leggere tra le righe, a non fermare lo sguardo ma ad andare oltre, a decodificare nella realtà quei segni che al di là dei sogni possano svelare la verità.

 

  • 3) E’ davvero un romanzo femminile e non femminista, nel senso che non si nascondono le colpe (storiche e psicologiche) dell’essere maschio, ma si punta pur sempre alla necessità di un completamento, di una unione delle due nature (forse Platone e il Convivio non sono nominati a caso, penso al mito dell’androgino). Maschio e femmina: due realtà diverse che si completano, in cui ciascuna deve offrire il meglio di sé, ma è anche sottoposta ad errori e fraintendimenti.

Senza dubbio Platone è presente nel romanzo, a partire dal titolo e dalle citazioni iniziali, poiché Diastemata è la parola greca che nella Repubblica di Platone indica l’impercettibile intervallo di suono esistente tra una nota e l’altra, composto da vibrazioni nascoste che, tuttavia, rivelano il senso più profondo della melodia a chi le sa riconoscere. Nel romanzo, diventa metafora delle relazioni umane in cui un segreto originario, che viene dolorosamente taciuto, è la causa remota di una catena ininterrotta di conseguenze sull’esistenza di tre generazioni di donne, la nonna, la madre e la figlia, le cui vite sembrano inesorabilmente segnate dal marchio dell’abbandono, fino ad un epilogo che non è un lieto fine ma riesce comunque a restituire un senso positivo alla composizione musicale della loro esistenza.

Le relazioni costituiscono la struttura portante del romanzo, senza dubbio quella uomo-donna, ma anche quella genitori-figli.

Per quanto riguarda la tematica dell’unione tra le due nature di uomo e donna, sicuramente è scaturita dal percorso che credo ognuno di noi compie alla ricerca prima di se stesso, di quale uomo o donna vuole essere, e in seguito alla ricerca di un altro da sè rispetto al quale mantenere la propria essenza faticosamente costruita perché il dono reciproco porti non alla confusione ma al completamento.

Non ho mai creduto negli estremismi e anche nel dipingere i miei personaggi, madri o amanti che siano, conservo una visione che è femminile e non femminista, che riconosce le peculiarità dell’essere donna ma non si schiera acriticamente e non si nasconde dietro slogan fin troppo abusati, ma preferisce indagare nella storia alla ricerca delle ragioni che possano unire e non dividere.

Il sostrato filosofico della riflessione sono due suggestioni che derivano esplicitamente dal Simposio di Platone e senza dubbio hanno costituito una filigrana attraverso la quale pensare la relazione uomo-donna. In entrambi i casi, emerge la necessità di un completamento, di un’unione delle due nature, palese ma più generica nel mito dell’androgino mentre più caratterizzata nel discorso di Diotima in cui si racconta di come Amore sia figlio di Mancanza, Penia, e Desiderio, Poros, perché Eros è la scoperta nell’altro di ciò che nella nostra anima manca, ma di cui in fondo abbiamo bisogno per desiderare e per completarci.

Altra suggestione platonica è il riconoscimento dell’unione votata all’amore fisico, carnale, sensuale, materialistico come il livello più basso di amore nella scala platonica e il tentativo di dar voce a una forma di amore più elevata che, come tale, implica non il soddisfacimento dei bisogni immediati ma una tensione coltivata per tutta una vita, che non si sa se avrà o meno realizzazione.

Non ultimo, sottolineerei la mia collaborazione con la rete Con-tatto contro la violenza sulle donne, che mi ha commissionato due racconti i quali naturalmente parlano di violenza, ambientata in due contesti socio-economico-culturali molto diversi tra loro poiché la violenza è un fatto trasversale, che non accade solo in contesti di povertà. La rete opera sul territorio in vari modi, per esempio, dal momento che io sono un’insegnante, interviene anche nelle scuole con la presentazione dei loro progetti da parte della squadra maschile di pallacanestro di Crema che veste la maglia rosa con la scritta #noallaviolenzasulledonne. Mi sembra un segnale importante per capire che, rispetto al movimento del femminismo, che ha avuto la sua ragion d’essere in un particolare momento storico, ora forse la società ha bisogno di recuperare una figura maschile che non va demonizzata e rifiutata ma diventa un anello fondamentale della catena che deve portare ad una cultura di pari opportunità e di rispetto. Anche l’idea di uomo è cambiata, dal maschio alfa dominatore e soggiogatore ad un uomo che è in crisi e piange come hanno il coraggio di piangere le donne, che si occupa dei figli avvalendosi del diritto di paternità esattamente come fanno le donne. Perciò, il lavoro della rete è fondamentale per diffondere nei giovani che saranno gli uomini di domani una mentalità nuova, in linea con le esigenze dei nostri tempi.

  • 4) La scelta di dare voce a tanti interlocutori obbedisce alla necessità di affrontare la realtà da diversi punti di vista. La realtà è sfaccettata, complessa, contraddittoria, ciascuno la interpreta a suo modo. Ma il dialogo non significa necessariamente capirsi: spesso il dialogo è vano, coinvolge persone che non comunicano mai veramente e direttamente. Per questo la soluzione è quella più sintetica di tutte: il perdono, che presuppone prima la comprensione della fragilità dell’altro, poi il superamento del contrasto, in nome del sentimento, non della ragione.

I dialoghi tra i personaggi sviluppano spesso il tema dell’incomunicabilità. Le parti in causa non si capiscono tra loro poiché troppo impegnate a difendere l’immagine del mondo che hanno costruito più o meno arbitrariamente e in cui hanno comunque deciso di trascorrere la loro esistenza, arroccati come dentro una torre d’avorio. Come dicevo prima, la realtà è molteplice, ciascuno ha la sua chiave per penetrarvi e non è disposto ad una conciliazione per via ragionativa. La verità emerge lentamente, passo dopo passo ogni personaggio porta un tassello del mosaico, contribuisce a creare una verità dalle molteplici sfacettature, in cui ciascuno ha modo di riscattarsi e di trovare da parte dell’altro, se non la piena comprensione del proprio agire, troppo individuale per penetrarvi, almeno il perdono.

Il territorio in cui incontrarsi è dunque quello degli affetti, non della ragione, che permette l’apertura all’altro e nell’altro il riconoscimento di ciò che è più caratteristico della natura umana, che accomuna al di là di ogni ragione: la fragilità.

Per dirlo in modo evangelico, è il riconoscimento non tanto della pagliuzza nell’occhio dell’altro ma della trave nel nostro che garantisce la possibilità di ridurre tutte le distanze, anche quando è difficile.

  • 5) La prosa è elegante, di una tonalità medio – alta, scelta opportuna, perché il tuo romanzo non vuole essere un romanzo rosa – sentimentale, ma una “tragedia quotidiana”. I registri stilistici sono numerosi, adeguati ai personaggi e alle situazioni: il linguaggio “rosa”, quello melodrammatico (a segnalare l’eccesso), quello realistico, quello che definisce il quotidiano (il lavoro della protagonista).

Il lavoro sulla veste stilistica da dare al romanzo è stato forse uno dei più ardui. La molteplicità spesso contradditoria del reale calata in ogni personaggio ha richiesto l’utilizzo di una serie di registri molto diversi tra loro, se vogliamo tornare alle metafore musicali, una serie di contrappunti che squarciassero il velo di sogno in cui è soffusa la prima parte per aprire bruscamente la strada a significazioni nuove. Troviamo dunque spunti lirici, portati al parossismo del melodrammatico, parti francamente concrete, crude direi, che rendano la misura dell’emergere prepotente di una realtà diversa con cui misurare le proprie forze. Spesso è lo stesso personaggio a proporci il suo vissuto secondo questa duplice prospettiva, lasciandoci volutamente disorientati. La conciliazione degli opposti trova la sua strada nel ritorno a un quotidiano in cui prevale la consapevolezza che, se le passioni non hanno un tempo per essere vissute, hanno l’eternità per essere rimpiante e, comunque, non senza dolore. Non si arriva a un lieto fine nel romanzo, ma a qualcosa di più importante forse, a uno scioglimento che giunge solamente al termine dell’esistenza a proporre una chiave univoca di lettura di tutta una vita, capace di dare, nel quotidiano, se non la felicità perduta, quantomeno la serenità.

 

  • 6) Il romanzo entra nella categoria dei romanzi psicologici, o lirici, poco interessato in fondo a raccontare, molto a capire l’interiorità e anche ad offrire colpi d’occhio sulla vita. Spesso assume un carattere gnomico, sentenzioso, voluto? Si tratta di offrire (o tentare di offrire) una opinione individuale sul senso della vita?

Sì, il tono gnomico è voluto ed è motivato dalla consapevolezza che il porsi interrogativi dell’uomo, seppure rimane spesso senza risposte, è comunque il segno di un’inquietudine che è vista come la tensione insopprimibile dell’uomo stesso a ricercare, ad andare oltre i limiti della sua natura per trovarvi un senso che ricomponga il tutto. Lo afferma sin dall’inizio Giulia, la più giovane delle protagoniste, vagheggiando nostalgicamente i puzzle che da bambina le piaceva tanto fare, e riconoscendo implicitamente il bisogno di avete risposte. Io credo che non si possa definire stabilmente una risposta certa e universalmente valida sul senso della vita, perciò i protagonisti arrivano spesso a conclusioni che però si rivelano instabili a soggette a cambiamento mescolandosi con il fango della vita degli altri. La vita, come dico nel romanzo, non è un sistema a priori, è un problema sempre nuovo che non si risolve con verità definitive. Non solo: anche a fronte di una stessa esperienza, il modo di viverla è tanto diverso quanto i soggetti che vi sono implicati, di qui l’ulteriore difficoltà di trovare un sistema univoco di lettura della realtà. Non esistono ricette che possano mescolare giudizi generici e vite individuali.

Tuttavia, l’assenza di confini solidi rende liquidi, macchie d’olio inconsistenti che si espandono informi. Si ha bisogno di un contorno che ci definisca, e per questo in diverse situazioni si arriva a un tono sentenzioso che, almeno momentaneamente, dia ragione del tutto.