FAI – Visite a due capolavori del Barbelli (San Giovanni e Villa Tensini-Edallo)

Notevole successo ha ottenuto oggi, l’iniziativa del Fai (Fondo Italiano Ambiente) di proporre un itinerario barbelliano con l’apertura di due luoghi di particolare interesse: la chiesa cittadina di San Giovanni della Carità e la villa Tensini-Edallo a Santa Maria della Croce. Ambedue dipinte dal giovane Barbelli (1604-1656), il più grande pittore cremasco del secolo XVII.

L’ORATORIO DI SAN GIOVANNI DELLA CARITÀ

L’oratorio di San Giovanni, in via Matteotti a Crema, è la testimonianza (oggi solo architettonica) della presenza in città, per diversi secoli, di una confraternita che si definiva “refugium pauperi, adiutrix in opportunitatibus” (rifugio del povero e aiuto nei bisogni)(1). Per tale motivo la chiesa fu chiamata (ed è bene che ancora oggi la si definisca) San Giovanni della Carità.

La Confraternita della Carità costruì il suo oratorio dedicato a San Giovanni tra il 1583 e il 1589, anno in cui stipulò una convenzione con i religiosi del Terz’ordine francescano di Santa Maddalena per la celebrazione della Messa tre giorni la settimana che poi divenne quotidiana. In seguito dotò l’oratorio di una sacrestia, di una sala per le riunioni al piano superiore e dell’abitazione del cappellano. Nel 1636 la confraternita chiamò Gian Giacomo Barbelli ad affrescare l’oratorio.

Il pittore-plasticatore divise le pareti in tre campi spartiti da lesene su alti basamenti. In questo impianto decorativo l’artista sviluppò due temi: la Glorificazione della Carità e la Vita di san Giovanni Battista, realizzando il suo primo capolavoro. Al termine dei lavori l’iconografia dell’oratorio si presentava (e si presenta tuttora) secondo il seguente schema. L’Esaltazione della Carità è raffigurata nel presbiterio e sulle pareti dell’aula: nella volta del primo, le figure allegoriche di Fede, Speranza e Carità all’interno di riquadri a stucco affiancati da angioletti e festoni di frutta; nel lunotto absidale (sopra l’alzata d’altare), all’interno di un fastigio delimitato da lesene modanate e volute terminanti in un timpano arcuato, L’Allegoria delle opere di Carità; infine, in sei grandi cartigli posti sotto le finestre delle pareti le Sette opere di misericordia corporale. Da destra, in senso antiorario: 1 – Dar da mangiare agli affamati e Dar da bere agli assetati, 2 – Vestire gli ignudi, 3 – Alloggiare i pellegrini, 4 – Visitare gli infermi, 5 – Visitare i carcerati, 6 – Seppellire i morti

La volta e l’arco trionfale sono invece occupate da Le storie di Giovanni Battista. S’inizia con i profeti del Vecchio Testamento, precursori del grande predicatore: Isaia (a nord) e Geremia (a sud) sulla controfacciata. Nei sei grandi riquadri delle fasce laterali della volta, nel presbiterio e nell’arco trionfale, gli episodi della vita di Giovanni. Nella fascia destra della volta (partendo dall’ingresso):

1 – L’Annuncio dell’angelo a Zaccaria

(con la firma del Barbelli)

2 – La Visita di Maria ad Elisabetta

3 – la Nascita del Battista.

In due cartigli, sorretti da putti, sopra la porticina destra e sinistra del presbiterio: La Madonna con Gesù’ e Giovanni bambini e Zaccaria benedice Giovanni prima del suo ritiro nel deserto.

L’intero arco trionfale è occupato dalla scena de La Predicazione di Giovanni. Nella fascia sinistra della volta (iniziando dal fondo):

1 – Giovanni battezza Gesù’ nel Giordano

2 – L’Ambasciata dei sacerdoti a Giovanni

3 – La Danza di Salomè’.

Il Martirio del Battista è raffigurato nella pala d’altare, l’unica opera non del Barbelli, attribuita al Procaccini. Il Trionfo di Giovanni è rappresentato nel riquadro centrale della fascia mediana della volta. In quello verso l’ingresso troviamo Gli apostoli Pietro e Paolo, in quello verso l’altare Mosè’ e il re Davide.

L’iconografia dell’oratorio si completa con le due tele de L’Annunciazione sulle imposte dell’arco trionfale (l’angelo a sinistra e la Madonna a destra), le figure ad affresco di Santa Apollonia (sotto l’angelo) e Santa Lucia (sotto la Madonna). Infine le due tele di San Sebastiano (sopra la porticina sinistra del presbiterio) e San Pantaleone (su quella destra) che sono opere di un anonimo pittore d’inizio Seicento.

Dopo i lavori del Barbelli, l’assetto della chiesa rimase sostanzialmente invariato fino a oggi. Vennero realizzati solo due interventi tra la fine del Seicento e il Settecento: il nuovo altare nonché la decorazione e l’arredamento della sacrestia.

L’altare, successivo alla pala che contiene, è in marmi policromi (Rosso di Verona, Nero del Belgio e altri) con un’architettura molto mossa, ornata da testine d’angelo, cartigli, conchiglie. Sulla facciata della mensa, che termina a volute, si trova l’Agnello pasquale; due i gradoni del dossale e molto bella l’alzata, contenente la tela del Procaccini, che arriva fino alla volta con due lesene laterali a capitelli dorati e un bel timpano a due segmenti d’arco e fastigio centrale.

LA VILLA TENSINI-EDALLO DI SANTA MARIA

Nel 1621/22, con 10.000 ducati guadagnati nella guerra di Valtellina, il cav. Francesco Tensini comperò un podere prossimo al Santuario di Santa Maria della Croce. Bella la posizione, appena fuori porta, tra i boschi del Novelletto, sulla costa del Serio. L’ideale per un appassionato di caccia.

Nel grande appezzamento di terreno “vi fabbricò – scrive il Benvenuti – un palazzo, adornandolo con pregevoli dipinti del Barbelli e di un vago giardino con giuochi d’acqua di sua invenzione: tra gli altri vedevasi un orologio che da più parti mostrava le ore, mosso anch’esso perpetuamente dalla stessa acqua, ridotta a servire in quel luogo sì delizioso di gradito strumento a tante belle peregrine invenzioni.”  Nel luglio del 1933 il dott. Luchino Labadini acquistò la villa e procedette a un generale restauro, (continuato poi dall’arch. Amos Edallo, marito della figlia signora Maria) ridonando alla villa parte dell’antico splendore. Oggi la villa è proprietà Edallo.

Il salone è indiscutibilmente il luogo più prezioso della villa Labadini-Edallo e in uno dei più significativi dell’intero Cremasco: il merito va al Barbelli (1604-1656) che l’ha interamente affrescato.

La decorazione della sala è un bel colpo d’occhio e ci porta in un clima più veneziano. Lo spazio è diviso da finte architetture (la specialità del Barbelli) costituite da sei alte colonne non scanalate, con capitelli corinzi dorati, su ciascuna delle pareti maggiori e da quattro su quelle minori, tutte poggianti su un basso zoccolo. Tra le colonne è dipinto un finto arco su semipilastri addossati alle colonne stesse. Ciascuno ha una chiave in ferro sulla quale poggiano uno o due uccellini.

Le venti colonne della scenografia contengono dieci scene di caccia e sei fra porte e finestre. Sia il Tensini che il Barbelli erano appassionati cacciatori (il pittore ne morì anche in disgrazia) e il cavaliere volle idealmente sfondare i muri della sua villa sulla campagna circostante, dilatandone gli orizzonti a ogni tipo di battuta, compreso il ‘safari’. Gli affreschi sarebbero datati 1632.

In un senso orario, partendo a sinistra dell’ingresso, le scene (quattro nelle pareti maggiori e due in quelle minori) raffigurano la Caccia rispettivamente: alla lince; alla volpe; all’elefante (Barbelli non ne aveva mai visti e ne disegna goffamente due, di ridotte dimensioni, immersi in una florida vegetazione, colpiti ripetutamente da arcieri e cacciatori a cavallo con turbanti); allo stambecco; alle scimmie; all’orso; al cervo; al leone (il brano più complesso e suggestivo sormontato dallo stemma del casato con grande cimiero: l’animale aggredisce un cavaliere riverso a terra col suo cavallo – scorciato in primo piano – mentre due cavalieri con turbanti piumati lo infilzano con lance); al cinghiale; alla lepre.

Si tratta, dunque di caccia ad animali nostrani, ma anche a esemplari esotici che il Barbelli non conosceva. Per dipingerli fece ampio uso di stampe del Tempesta (1555-1630) che, con le sue numerosissime incisioni, influì in misura notevole sull’arte decorativa dei secoli XVII e XVIII.

L’artista cremasco rivela già, qui a Santa Maria, tutte le sue caratteristiche che si consolideranno nei lavori della maturità. Si nota l’interesse alle composizioni architettoniche, ai costumi sfarzosi, alla decorazione, al racconto fantastico, alle scene animate (a volte drammatiche, come quella in cui un orso azzanna un cacciatore), al gusto del racconto per il quale è dotato di grandi capacità. Si nota anche l’interesse al ritratto: qualcuno indica qua e là quello del Tensini (ad esempio nella caccia al leone).

Proseguendo la visita del salone, notiamo le decorazioni sopra le due porte e le quattro finestre. Il gusto classico si rivela subito nei due busti raffigurati sopra le porte d’ingresso e di fondo: rappresentano rispettivamente Giulio Cesare e Alessandro Magno. Per il resto, sopra le aperture, si trova una serie di quattro scene allegorico-celebrative in cartocci affiancati da putti e figure antropomorfiche.

Sopra il busto classico della porta d’ingresso è dipinto uno scudo turco (in quel tempo Venezia li combatteva) e un braccio armato: quello del Tensini, naturalmente, a difesa della Serenissima. Una scritta dice Uterque (ambedue) e si riferisce alla stretta alleanza tra il cavaliere e Venezia. Sulla prima finestra di sinistra è dipinta una spada legata a un libro con la scritta Ibidem (nello stesso luogo): il Tensini aveva servito Venezia con la spada e con il suo celebre saggio sull’arte militare, opera oggi rara della quale esistono copie nella Biblioteca di Crema, nella Marciana di Venezia e presso alcuni privati. Sulla seconda finestra un cagnolino è accovacciato davanti al leone veneziano, con la scritta Toto corde (con tutto il cuore): trasparente il senso di dedizione del condottiero alla Repubblica. Sulla porta di fondo un cero con la scritta: In aeternum (fedele per sempre).

Lo spazio sopra le quattro finestre contiene ulteriori raffigurazioni, le allegorie delle stagioni: quattro putti presentano fiori (la primavera), frumento (l’estate), uva (l’autunno) e un focolare (l’inverno). Nei putti si nota la vivacità e la freschezza dell’arte del Barbelli.

Al di sopra della scenografia del colonnato, corre la trabeazione con dodici ovali a fresco, un po’ soffocati dalla ridondanza degli stucchi. Il Barbelli rappresenta qui scene di caccia agli uccelli e si cimenta con il paesaggio, secondo i gusti che andavano diffondendosi in Italia dietro la lezione dei pittori nordici.

E siamo giunti al soffitto vero e proprio dove trovava posto una tela dello stesso Barbelli raffigurante di scorcio (secondo l’uso) La caduta di Fetonte. Oggi è andata perduta.