COLOMBIA: IL PAPA A PRETI E RELIGIOSI

“I giovani sono naturalmente inquieti”. Lo ha detto, a braccio, il Papa, nell'incontro con il clero nel Centro eventi “La Macarena” di Medellín, sabato pomeriggio. “Inquietudine – ha denunciato Francesco subito dopo, sempre fuori testo – che molte volte viene distrutta dai sicari della droga”. “Medellín evoca tante volte giovani vite stroncate, scartate e distrutte”, la denuncia del Papa: “Chiediamo perdono per chi ha distrutto le illusioni di tanti giovani, e chiediamo al Signore che converta i loro cuori e che termini questa sconfitta dell'umanità giovane”. Ancora a braccio, Francesco ha citato in positivo l'esperienza del volontariato, di cui sono protagonisti tanti giovani nel mondo: “Ci sono cattolici militanti, ci sono cattolici all'acqua di rosa, come diceva mia nonna, non so se sono credenti o non credenti.”. “Questa inquietudine riempie il volontariato di tutto il mondo di volti giovani”, l'omaggio del Papa: “Tanti senza sapere che lo stanno portando, ma lo portano. Questi giovani sono testimoni che ci aprono all'azione dello Spirito Santo che entra e lavorerà nei nostri cuori”.
Poi Francesco ha ricordato il pranzo con 15 giovani durante la Giornata mondiale della gioventù a Cracovia, e ha citato la domanda che gli ha fatto uno di loro: “Cosa posso dire io a un mio compagno ateo?” “L'ultima cosa che devi fare è dirgli qualcosa”, la risposta del Papa: “Devi incominciare a fare, a comportarti in modo tale che l'inquietudine nasca dentro di sé e che il giovane diventi curioso: lì potrai cominciare a dire qualcosa”. Infine il Papa ha ripetuto le parole di ieri sera dalla nunziatura: “Una ragazza ha detto: nel nucleo dell'uomo c'è la vulnerabilità. Siamo tutti vulnerabili? Sì, tutti. Dio ha voluto farsi vulnerabile, ha voluto vivere con noi, nella strada, vivere la nostra storia”.
L'ultimo appuntamento a Medellín, è stato appunto l'incontro con i sacerdoti, i consacrati, i seminaristi e i loro familiari nel Centro eventi La Macarena. Dopo le testimonianze di un sacerdote, una religiosa di clausura e di una famiglia, il Papa ha preso la parola prendendo spunto dal Vangelo della vite e i tralci: la vera vocazione è restare sempre uniti a Cristo. E ha citato il Documento di Aparecida: “Conoscere Gesù è il più bel regalo che qualunque persona può ricevere; averlo incontrato è per noi la cosa migliore che ci è capitata nella vita, e farlo conoscere con le parole e opere è per noi una gioia”.
Il Papa si rivolge ai giovani: “Molti di voi” – dice – “avete scoperto Gesù vivo nelle vostre comunità; comunità con un fervore apostolico contagioso, che entusiasmano e suscitano attrazione. Dove c'è vita, fervore, voglia di portare Cristo agli altri, nascono vocazioni genuine; la vita fraterna e fervente della comunità è quella che suscita il desiderio di consacrarsi interamente a Dio e all'evangelizzazione”. Ma Francesco parla anche dei giovani catturati e distrutti dalla droga e prega per la conversione di quanti devastano tante vite. Tuttavia – sottolinea il Papa – “sono molti i giovani che si mobilitano insieme di fronte ai mali del mondo e si dedicano a diverse forme di militanza e di volontariato. Quando lo fanno per amore di Gesù, sentendosi parte della comunità, diventano 'messaggeri della fede', felici di portare Gesù in ogni strada, in ogni piazza, in ogni angolo della terra”.
In Colombia – osserva ancora il Papa – le vocazioni crescono in un contesto pieno di contraddizioni e di violenza fratricida: “Ci piacerebbe avere a che fare con un mondo, con famiglie e legami più sereni, ma siamo dentro questa crisi culturale, e in mezzo ad essa, tenendo conto di essa, Dio continua a chiamare”. Sì, “Dio continua chiamare anche nel mezzio di questa crisi!”. Dio “cambia il corso degli avvenimenti chiamando uomini e donne nella fragilità della storia personale e comunitaria. Non abbiamo paura, in questa terra complessa” perché “Dio ha sempre fatto il miracolo di generare buoni grappoli, come le buone focacce a colazione. Che non manchino vocazioni in nessuna comunità, in nessuna famiglia di Medellín!”.
“Le vocazioni di speciale consacrazione muoiono quando vogliono nutrirsi di onori, quando sono spinte dalla ricerca di una tranquillità personale e di promozione sociale, quando la motivazione è 'salire di categoria', attaccarsi a interessi materiali, che arriva anche all'errore della brama di guadagno”. È il forte monito al clero colombiano, lanciato dal Papa. “Il diavolo entra dal portafoglio, sempre”, ha ribadito Francesco: “Questo non riguarda solo gli inizi, tutti dobbiamo stare attenti perché la corruzione negli uomini e nelle donne che sono nella Chiesa comincia così, poco a poco, e poi – lo dice Gesù stesso – mette radici nel cuore e finisce per allontanare Dio dalla propria vita”.
“Non potete servire Dio e la ricchezza”, si legge nel Vangelo: “Non possiamo approfittare della nostra condizione religiosa e della bontà della nostra gente per essere serviti e ottenere benefici materiali”, il commento del Papa, secondo il quale “ci sono situazioni, atteggiamenti e scelte che mostrano i segni dell'aridità e della morte: non possono continuare a rallentare il flusso della linfa che nutre e dà vita! Il veleno della menzogna, delle cose nascoste, della manipolazione e dell'abuso del popolo di Dio, dei più fragili e specialmente degli anziani e dei bambini non può trovare spazio nella nostra comunità”.
“Daremo frutto, e in abbondanza, come il chicco di grano, se siamo capaci di donarci, di dare liberamente la vita”, la ricetta di Francesco: “In Colombia abbiamo esempi del fatto che questo è possibile”, ha detto citando santa Laura Montoya, “una religiosa mirabile le cui reliquie sono qui con noi e che da questa città si è prodigata in una grande opera missionaria in favore degli indigeni di tutto il Paese. Quanto ci insegna questa donna consacrata nella dedizione silenziosa, vissuta con abnegazione, senza altro interesse che manifestare il volto materno di Dio!”. Poi la menzione del beato Mariano di Gesù Euse Hoyos, uno dei primi alunni del Seminario di Medellín, e di “altri sacerdoti e religiosi colombiani, i cui processi di canonizzazione sono stati introdotti; come pure tanti altri, migliaia di colombiani anonimi che nella semplicità della loro vita quotidiana hanno saputo donarsi per il Vangelo e di cui conserverete la memoria e vi saranno di stimolo nella vostra dedizione”.
Occorre rimanere in Gesù, essere uniti a Lui. Innanzitutto “toccando l'umanità di Cristo”, cioè “con lo sguardo e i sentimenti di Gesù, che contempla la realtà non come giudice, ma come buon samaritano; che riconosce i valori del popolo con cui cammina, come pure le sue ferite e i suoi peccati; che scopre la sofferenza silenziosa e si commuove davanti alle necessità delle persone, soprattutto quando queste si trovano succubi dell'ingiustizia, della povertà disumana, dell'indifferenza, o dell'azione perversa della corruzione e della violenza”. E poi “con i gesti e le parole di Gesù, che esprimono amore ai vicini e ricerca dei lontani; tenerezza e fermezza nella denuncia del peccato e nell'annuncio del Vangelo; gioia e generosità nella dedizione e nel servizio, soprattutto ai più piccoli, respingendo con forza la tentazione di dare tutto per perduto, di accomodarci o di diventare solo amministratori di sventure”.
A braccio il Papa aggiunge: “Quante volte ascoltiamo uomini e donne consacrati, che sembra che invece di amministrare gioia, crescita, vita distribuiscono disgrazie e passano il tempo a lamentarsi delle disgrazie di questo mondo: è la sterilità di chi è incapace di toccare la carne sofferente di Gesù”.
“Chi non conosce le Scritture, non conosce Gesù. Chi non ama le Scritture, non ama Gesù”. Il Papa ha esortato a “una lettura orante della Parola”: “Che tutto il nostro studio – l'auspicio di Francesco – ci aiuti ad essere capaci di interpretare la realtà con gli occhi di Dio, non sia uno studio evasivo rispetto a ciò che vive la nostra gente e neppure segua le onde delle mode e delle ideologie. Che non viva di nostalgie e non voglia ingabbiare il mistero; non cerchi di rispondere a domande che nessuno si pone per lasciare nel vuoto esistenziale quelli che ci interpellano dalle coordinate dei loro mondi e delle loro culture”. Il carburante, per il Papa, è la preghiera, che “ci libera dalla zavorra della mondanità, ci insegna a vivere in modo gioioso, a scegliere tenendoci lontani dalla superficialità, in un esercizio di autentica libertà. Ci toglie dalla tendenza a centrarci su noi stessi, nascosti in un'esperienza religiosa vuota, e ci conduce a porci con docilità nelle mani di Dio per compiere la sua volontà e corrispondere al suo progetto di salvezza”. “Siamo uomini e donne riconciliati per riconciliare”, ha esclamato Francesco: “Essere stati chiamati non ci dà un certificato di buona condotta e impeccabilità; non siamo rivestiti di un'aura di santità”.
“Guai ai religiosi e alle religiose con la faccia da francobollo!”, ha aggiunto a braccio: “Tutti siamo peccatori e abbiamo bisogno del perdono e della misericordia di Dio per rialzarci ogni giorno. Ci purifica perché possiamo portare frutto. Così è la fedeltà misericordiosa di Dio con il suo popolo, di cui siamo parte. Lui non ci abbandonerà mai sul bordo della strada. Dio fa di tutto per evitare che il peccato ci vinca e chiuda le porte della nostra vita a un futuro di speranza e di gioia”.
Se rimaniamo in Gesù – ha aggiunto il Papa – “la sua gioia sarà in noi. Non saremo discepoli tristi e apostoli avviliti”. Al contrario: “rifletteremo e porteremo la gioia vera, quella piena che nessuno potrà toglierci, diffonderemo la speranza di vita nuova che Cristo ci ha donato. La chiamata di Dio non è un carico pesante che ci toglie la gioia”. E conclude: “Dio non ci vuole sommersi nella tristezza e nella stanchezza che vengono dalle attività vissute male, senza una spiritualità che renda felice la nostra vita e persino le nostre fatiche. La nostra gioia contagiosa dev'essere la prima testimonianza della vicinanza e dell'amore di Dio. Siamo veri dispensatori della grazia di Dio quando lasciamo trasparire la gioia dell'incontro con Lui”.