IERI SERA LE CONSACRAZIONI SACERDOTALI

Ha iniziato la liturgia di ordinazione, dopo la processione dei sacerdoti in cattedrale ieri sera alle 21, esprimendo la sua gioia per il dono di tre presbiteri che il Signore stava per fare alla Chiesa di Crema. Il vescovo Daniele, visibilemente emozionato per la sua “prima”, ha ringraziato tutti i presenti, il seminario, il rettore e i docenti per aver guidato i diaconi fino all'altare, le parrocchie che hanno accolto la loro opera pastorale, i sindaci dei paesi coinvolti “che ci onorano della loro presenza”. Soprattutto Giovanni, Francesco e Nicholas che hanno messo a disposizione del Signore la loro vita. E le loro famiglie. Infine un ringraziamento a mons. Oscar Cantoni, perché “sono consapevole – ha detto – di raccogliere il lavoro di altri. Non poteva essere tra noi, ma ci è vicino nella preghiera.”
Ieri sera, dunque, la grande celebrazione per la consacrazione sacerdotale dei tre diaconi della nostra diocesi: Francesco Cristiani, Nicholas Sangiovanni e Giovanni Viviani. Tre nuovi preti: non accadeva da anni!
La cattedrale veramente stracolma di familiari, parenti e fedeli. Il tutto nella solennità del Corpo e del Sangue del Signore… non una coincidenza, ma una scelta, ovviamente.
Dopo la liturgia della Parola (tra cui è stato letto un brano del Deuteronomio che mons. Gianotti ha poi commentato nell'omelia) la chiamata: il rettore don Gabriele Frassi ha presentato al vescovo i tre candidati, tracciandone un brevissimo curriculum, mons. Gianotti gli ha chiesto: “Sei certo che ne siano degni?”. Alla riposta affermativa ha confermato la volontà di farli preti, mentre l'assemblea cantava: “Benediciamo il Signore, a lui onore e gloria nel secoli!”
È seguita l'omelia del vescovo Daniele (che riportiamo integralmente più avanti), la dichiaratga volontà di assumere gli impegni del sacerdozioe da parte dei tre candidati: il ministero della parola, la celebrazione dell'Eucarestia e della Riconciliazione, la preghiera assidua e la consacrazione di se stessi per la salvezza di tutti gli uomini, nonché l'obbedienza al vescovo.
Di seguito i tre giovani si sono prostrati a terra in segno di totale donazione mentre l'assemblea cantava le litanie dei santi.
Al termine il vescovo e poi tutti i sacerdoti, ad uo ad uno, hanno imposto le mani ai tre diaconi, cui ha fatto seguito la preghiera di ordinazione.
Ecco: Francesco, Nicholas e Giovanni sono diventati sacerdoti!
Di seguito altri due momenti: l'unzione delle mani con il crisma e la consegna del calice e della patena per la celebrazione eucaristica… segni esplicativi conclusi da un grande abbraccio fraterno con il vescovo Daniele.
È seguita la solenne celebrazione eucaristica: la prima Messa per i tre nuovi sacerdoti. Commovente il momento dello scambio della pace con genitori e parenti.
Al termine il regalo del vescovo a ciascuno: un'icona e il libro del benedizionale. Benedizione finale e “bagno di folla” con tanti applausi.
La serata è continuata con un rinfresco e il taglio della torta al San Luigi.

RIPORTIAMO L'INTERA OMELIA DEL VESCOVO DANIELE

Lascerò a voi, carissimi Francesco, Giovanni e Nicholas, il compito di commentare, nella celebrazione delle vostre prime Messe, domani, le parole di Gesù che abbiamo ascoltato prima. Per aiutarci a riflettere sul dono inestimabile che ricevete – e riceviamo – questa sera, ho pensato invece di raccogliere qualche spunto soprattutto dalla prima lettura; da questa pagina del Deuteronomio che meriterebbe di essere riletta nel contesto dell'intero capitolo 8, e anzi di tutto il libro.
L'ora che stiamo vivendo è infatti un passaggio, una soglia: per voi, prima di tutto, ma per tutta la nostra Chiesa. Ebbene, il Deuteronomio ci parla di Israele proprio in un momento di passaggio decisivo: il cammino dell'Esodo è quasi concluso, Israele si prepara ad attraversare il Giordano e a installarsi nella terra che Dio ha promesso; quella terra che, in questo stesso capitolo, è descritta come «una buona terra: terra di torrenti, di fonti e di acque sotterranee, che scaturiscono nella pianura e sulla montagna; terra di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; terra di ulivi, di olio e di miele; terra dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla.» (Dt 8,7-9).
Penso ora a questa nostra Chiesa di Crema, che vi ha generato nella fede, e che nella gioia di questa sera si prepara ad accogliervi come presbiteri, e penso al presbiterio diocesano, nel quale sarete accolti per l'imposizione delle mani e con l'abbraccio e il bacio di pace, e poi concelebrando questa Eucaristia, appunto come a questa «buona terra»: una terra nella quale non vi mancherà nulla, perché potrete farvi l'esperienza della benedizione di Dio, della fraternità sacerdotale, della comunione con tutto il popolo santo di cui sarete al servizio; una terra nella quale raccoglierete sicuramente – e anzi già avete incominciato a raccogliere – un frutto abbondante; una terra irrigata dai fiumi di acqua viva dello Spirito che invocheremo su di voi, e dove la vostra opera di coltivatori sapienti sarà portata a compimento da «Dio, che fa crescere» (cf. 1Cor 3,7-8).
Non vi promettiamo certo che non avrete mai problemi né difficoltà: i lettori del Deuteronomio sapevano che la «terra promessa» ha anche i suoi lati difficili, e il latte e il miele non vi scorrono sempre; così anche voi sapete che il ministero a voi affidato dovrà fare i conti con il peccato, e con fatiche, resistenze, ostacoli vostri e di altri. Ma sappiamo di non sbagliare nell'augurarvi un frutto abbondante, e non solo nell'augurarvelo, ma nell'assicurarvelo, con una sicurezza che non si fonda su di noi, ma su Dio solo: il quale, come diremo tra poco, porterà a compimento l'opera che ha incominciato in voi.

Prima di entrare nella «terra buona», tuttavia, a Israele è chiesto di assumere alcuni atteggiamenti, che rinviano all'esperienza dell'Esodo, al cammino che Dio ha fatto fare al suo popolo nel deserto, per quarant'anni: perché l'esodo sta appunto per finire, ma la sua memoria non deve venire meno; entrando nella «terra buona» che Dio gli dona, Israele deve custodire un «cuore di deserto», perché nel corso di quei lunghi anni ha imparato alcuni tratti fondamentali del rapporto con Dio, che non si devono perdere, per vivere poi felicemente nella terra.
Spero, naturalmente, che questo valga anche per tutto ciò che vi è stato proposto negli anni della vostra preparazione: anni non lunghi quanto l'Esodo, ma di cui forse, in qualche momento, avete anche sospirato la fine. Mi auguro che possiate custodire la memoria di tutto ciò che avete ricevuto in questi anni – dai formatori, dagli insegnanti, dai vostri compagni di Seminario e di studio, dalle comunità che avete frequentato e dalle persone che avete incontrato. – come una risorsa preziosa e un bene di cui potrete vedere ancora l'utilità.
Vorrei però dire qualcosa proprio sugli atteggiamenti che ci vengono suggeriti dal testo del Deuteronomio, e che riassumo in tre parole prese dalla prima lettura: la memoria, la prova, la manna.
La memoria: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto fare.». Per un cristiano, per un presbitero, si tratta di vivere «continuamente sospesi alla memoria di Dio, come i bimbi stanno aggrappati alle loro madri», come dice s. Basilio (Reg. fus. 2); si tratta di custodire la dulcis memoria Jesu, fondamento e modello di ogni sacerdozio, e di stare in ascolto dello Spirito, che sempre ravviva in noi questa memoria. È una memoria che va certamente custodita e rinnovata attraverso il ministero e nel rapporto con la comunità, dal momento che tutti ne abbiamo bisogno; ma vi invito a non aver paura di prendervi anche gli spazi personali della preghiera, dell'ascolto orante della Scrittura, dello studio, del silenzio (e anche del riposo). Il deserto, per Israele, è stato anche il luogo dove imparare l'intimità con Dio, che non dev'essere perduta: vi auguro di portare con voi questo «cuore di deserto» e questa memoria sempre viva di Dio in voi.
La prova: il tempo del deserto è stato per eccellenza il tempo della prova; il che, detto in altre parole, vuol dire il tempo nel quale imparare a vivere nella fede, imparare a fidarsi di Dio. Perché è facile fidarsi di Dio questa sera, in questo clima di fede, di preghiera e di festa; e sarà facile fidarsi di Dio domani, nelle comunità con le quali e per le quali celebrerete l'Eucaristia. Più difficile, come potete immaginare, sarà fidarsi di Dio nei momenti di solitudine, di stanchezza, o di fronte alle delusioni, nell'inquietudine dei sentimenti, o magari quando il Vescovo vi chiederà di assumere un servizio che non si vorrebbe fare. O fidarsi di Dio rispondendo alla tentazione di mettere in primo piano se stessi, di cercare il successo facile, di dominare sugli altri anziché servirli con amore (ricordare le tentazioni, la «prova» di Gesù!). Che Dio vi conservi un «cuore di deserto», capace di affidamento a Lui anche nell'oscurità, e vi faccia trovare sempre, nel presbiterio e in tutta la nostra Chiesa (e anche nel Vescovo!), l'aiuto e l'incoraggiamento di cui tutti abbiamo bisogno.
E, finalmente, la manna, che è proprio la risposta di Dio a Israele nella prova. La manna è il cibo dato per oggi, che non si può mettere da parte, non si può tesaurizzare; è il pane «quotidiano», non solo nel senso che ne abbiamo bisogno ogni giorno, ma anche nel senso che lo riceviamo dal Signore per l'oggi, senza affannarci per il domani, perché non chiediamo a Dio nessuna garanzia, nessuna sicurezza (e meno ancora cerchiamo garanzie o sicurezze mondane): ci basta che Egli ci sia vicino oggi, e che oggi non ci manchi la sua grazia, per quanto lungo possa essere il cammino.
Il «pane quotidiano» di cui si parla nel Padre nostro, come sapete, è stato inteso nella tradizione più antica anche in riferimento all'Eucaristia: del resto, Gesù stesso ci ha ricordato che il segno della manna data a Israele nel deserto si è compiuto nella sua «carne per la vita del mondo». La celebrazione dell'Eucaristia sia ogni giorno, per voi e per le comunità con le quali la celebrerete, il pegno sicuro che Dio sosterrà fino alla fine il cammino che oggi incominciate: il Pane che spezzerete e il Calice della benedizione che benedirete vi custodiscano sempre nella comunione con il Cristo (cf. 1Cor 10,16-17), nostro unico Signore, e con il suo Corpo che è la Chiesa; potrete così essere, in mezzo ad essa e per il mondo, sacramento di Lui, il Buon Pastore, che dà la vita per i suoi amici (cf. Gv 15,13).