DIVORZIO: ASSEGNO SOLO A CHI HA BISOGNO

Stop agli assegni divorzili con molti zeri. Anzi, niente assegno se l'ex coniuge è in grado di mantenersi. Questo il criterio stabilito dalla prima sezione della Corte di Cassazione con una sentenza depositata ieri (10 maggio). La Corte ha cancellato il parametro del “tenore di vita” legato agli anni di matrimonio, stabilendo che il riconoscimento del diritto all'assegno di divorzio presuppone la mancanza di “indipendenza o autosufficienza economica”. Sciolto il matrimonio civile o cessati gli effetti civili conseguenti alla trascrizione di quello religioso, “il rapporto matrimoniale – scrivono i giudici – si estingue definitivamente sia sul piano dello status personale dei coniugi, i quali devono perciò considerarsi da allora in poi 'persone singole', sia dei loro rapporti economico-patrimoniali e, in particolare, del reciproco dovere di assistenza morale e materiale, fermo ovviamente, in presenza dei figli, l'esercizio della responsabilità genitoriale”.
Una sentenza che “ha un impatto molto forte sul sistema, cambiando la natura dell'assegno divorzile, che perde la funzione indennitaria e mantiene solo quella assistenziale, poco legata allo stesso matrimonio”, commenta al Sir il giurista Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale.

Professor Mirabelli, cos'ha di rivoluzionario questa sentenza?
I giudici hanno stabilito che l'assegno è dovuto solo quando il coniuge non ha una capacità di lavoro o redditi che consentano un'indipendenza economica. In altri termini, viene meno il riconoscimento del contributo personale ed economico di ciascuno alla pregressa vita familiare.
Dopo il divorzio, si legge che gli ex coniugi devono considerarsi “persone singole”.
La sostanza solidaristica viene così legata alla condizione della persona come singolo e non al rapporto matrimoniale. Il riferimento è generalissimo, l'articolo 2 della Costituzione, che richiama la solidarietà verso chiunque. È vero che ci sono stati eccessi nella quantificazione dell'assegno per mantenere il medesimo tenore di vita. In questa decisione dei giudici vi è però anche un esito illogico: il riconoscimento del contributo dato alla vita familiare permane solo se il coniuge non è in grado di mantenersi da solo, mentre viene meno se ha una capacità reddituale.
Si passa quasi dalla possibilità di lucrare una rendita – specie per coppie agiate – che consenta di non impegnarsi più nel lavoro a una forma di carità obbligatoria.
Altro effetto della sentenza, dal punto di vista culturale, sta poi nel recepire e sviluppare una visione ancor più individualistica. Sullo sfondo abbiamo una diversa visione culturale, atomistica dei rapporti.

Ricordiamo gli assegni con molti zeri delle coppie vip, ma la maggior parte dei divorzi interessa famiglie “normali”.
E infatti, quando parlo del contributo alla vita domestica, mi riferisco a queste, alle donne che hanno dedicato tempo e magari sacrificato le aspirazioni personali per far crescere i figli, per il lavoro domestico, per incrementare il patrimonio familiare. L'assegno legato al “tenore di vita” per i vip è semmai l'altra esasperazione, il modo per lucrare un'iper-rendita. Peraltro il tenore di vita fa riferimento al pregresso, mentre le situazioni possono cambiare e i redditi contrarsi.

E quando ci sono dei figli?
Per i figli non vale questo criterio, permane un dovere di entrambi i genitori nei loro confronti. Anzi, la giurisprudenza è più larga, semmai eccedendo, poiché prevedere il dovere di mantenimento se non hanno un'attività lavorativa addirittura – qui si arriva all'eccesso – corrispondente alle loro aspirazioni.

Ma qual era, all'origine, la ragione dell'assegno di divorzio?
Questo aveva una natura composita, sia come contributo al mantenimento, sia indennitaria. Rispondeva all'esigenza di mantenere una solidarietà in ragione del rapporto coniugale che c'era stato. Ora si rompe questa solidarietà, che resta solo per un rapporto tra singoli.

Frequenti sono le notizie di ex coniugi, solitamente uomini, sul lastrico perché devono pagare l'assegno alla moglie e non hanno più la casa. Forse il problema è che, lasciandosi, le spese aumentano.
Il divorzio spesso riduce in povertà le famiglie. Non mancano i casi di coniugi che hanno divorziato, ma vivono sotto lo stesso tetto non potendo permettersi un appartamento, o interventi sociali per alloggi – magari temporanei – destinati a padri separati. E quanti dormono in auto. Questo è un grave, nuovo problema da affrontare. Innanzitutto, cercando un equilibrio affidato al buon senso di ciascun giudice.

Dopo questa pronuncia della Cassazione, c'è chi chiede una nuova legge. Cosa ne pensa?
Rispetto a pulsioni giurisprudenziali è sempre meglio un intervento legislativo.
Peraltro la Cassazione prende le mosse da una legge del 1987, la 74, che inserì il riferimento alla mancanza di “mezzi adeguati” e alla “impossibilità di procurarseli”. Una disciplina normativa più organica e coerente, che superi le palesi incoerenze che la giurisprudenza e questa sentenza determinano, è dunque opportuna.

Francesco Rossi