L'ORDINAZIONE EPISCOPALE DI MONS. PEREGO

Vescovo bagnato, vescovo fortunato. Una pioggia insistente non ha permesso nemmeno la processione nella piazza del duomo di Cremona, oggi pomeriggio alle ore 16.30 per l'inizio della celebrazione dell'ordinazione episcopale di don Gian Carlo Perego, eletto da papa Francesco arcivescovo di Ferrara-Comacchio e fino a ieri direttore generale della Migrantes (dal 2009), nonché consultore del Pontificio Consiglio per i migranti e gli itineranti (dal 2012).
Ma la festa è stata ugualmente grande, nella meravigliosa cattedrale del capoluogo provinciale che è un paradiso.
Venti i vescovi che hanno partecipato all'ordinazione, presieduta dal vescovo di Cremona mons. Antonio Napolioni, conconsacranti mons. Luigi Negri (già vescovo di Ferrara-Comacchio) e mons. Guerino Di Tora (ausiliare di Roma e presidente della CEMI-Commissione Episcopale per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes). Tra di loro il card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze e già segretario della CEI e mons. Nunzio Galantino, segretario della Conferenza Episcopale Italiana. Presenti inoltre il vescovo emerito di Cremona, mons. Dante Lafranconi e mons. Paolo Rabitti, anch'egli emerito di Ferrara-Comacchio; mons. Marco Busca (Mantova), mons. Maurizio Gervasoni (Vigevano), mons. Giuseppe Merisi (emerito di Lodi) e mons. Daniele Gianotti, il nostro vescovo di Crema.
Al canto della corale, il corteo si è snodato nella cattedrale e la liturgia della IV domenica di Pasqua è iniziata con mons. Perego seduto in prima fila in mezzo all'assemblea. Alle sue spalle la mamma e i parenti.
Mons. Napolioni ha salutato tutti gli ospiti e soprattutto il cardinale di Firenze mons. Betori, già segretario della Cei e l'attuale mons. Galantino. “La loro presenza è il segno dell'impegno di mons. Perego, all'interno della Conferenza Episcopale Italiana”, ha commentato. All'ordinazione del direttore di Migrantes erano presenti ovviamente anche i responsabili dell'organismo Cei, nonché della Caritas, accompagnati da molti giovani di colore.
Primo atto dellaliturgia l'ascolto della Parola di Dio. Si legge il Vangelo del Buon Pastore.
Al termine l'invocazione dello Spirito Santo e la presentazione del candidato all'episcopato: “Reverendissimo padre, la santa Chiesa di Ferrara-Comacchio chiede che sia ordinato vescovo il presbitero Gian Carlo Perego del clero della diocesi di Cremona.” “Avete il mandato del Papa?”. E il cancelliere vescovile lo legge pubblicamente. È stato firmato da papa Francesco il 15 febbraio scorso.
A questo punto mons. Napolioni parla all'assemblea: “La parola di Dio ci introduca nei tesori della Tradizione ecclesiale. Quella che fa dire a S. Paolo: ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso (1 Cor 11,23; 15,3), riferendosi alle realtà centrali della nostra fede, come il mistero pasquale del Signore morto e risorto e la sua attualizzazione nell'Eucaristia, celebrata e vissuta.”
E spiega tre dei numerosi segni della liturgia di consacrazione.
Il libro dei Vangeli: “Ti verrà posto sul capo – dice – significa che il vescovo deve avere il Vangelo dentro se stesso ed essere un Vangelo vivente.”
L'anello: “La consegna dell'anello ti unisce alla comunità, dicendoti: custodisci la santa Chiesa, sposa di Cristo”.
Il pastorale: “Ti consegno – ha continuato Napolioni – il pastorale del grande Vescovo Geremia Bonomelli che, a cavallo tra XIX e XX secolo, è stato maestro di discernimento profetico, di riconciliazione con la società civile, di riformismo radicato nell'ortodossia, portando grandi frutti nel rilancio della formazione sacerdotale e nell'attenzione ai migranti, al dialogo ecumenico, alle diverse povertà. Egli sapeva vedere i segni del risveglio religioso atteso e possibile, ed ha insegnato la sapienza della gradualità pastorale. È stata anche la tua esperienza.”
Ed ecco che inizia la liturgia di ordinazione vera e propria: don Perego, di fronte a tutta l'assemblea, prende solennamente gli impegni episcopali, rispondendo alle incalzanti domande del vescovo celebrante, alle quali risponde ogni volta “lo voglio!”.
Poi tutti in ginocchio e il candidato steso a terra in segno di donazione totale, mentre si cantano le litanie dei santi.
Finite, l'imposizione delle mani, in un mistico silenzio: prima da parte di mons. Napolioni e poi di tutti i vescovi, ad uno ad uno. È il momento dell'effusione dello Spirito Santo! Segue la solenne preghiera di consacrazione e poi i vari segni esplicativi: l'unzione del capo con il crisma, la consegna del libro dei Vangeli, dell'anello, della mitria e del pastorale. Infine l'insediameto in cattedra ed è qui che scoppia l'applauso quasi liberatorio dell'assemblea. I vescovi s'abbracciano in segno di fraternità.
Mons. Perego è diventato vescovo e affianca mons. Napolioni nella celebrazione dell'Eucarestia che continua secondo il rito solito. Al momento dello scambio della pace, il nuovo vescovo scende nella navata ad abbracciare la mamma; al termine ringrazia e saluta: “È una nuova Pentecoste, quella che abbiamo vissuto insieme oggi, perché attraverso il suo Spirito, il Signore ha voluto 'formare', 'informare', 'riformare' la mia mente, il mio cuore, la mia anima per servire la Chiesa particolare di Ferrara-Comacchio. È inevitabile pronunciare subito la parola 'grazie' al termine di questa celebrazione liturgica della mia ordinazione episcopale.
Grazie al Vescovo Antonio, che ha presieduto questa celebrazione, al vescovo Luigi e al Vescovo Guerino, a S. Em. il Card. Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze, con il quale ho iniziato il mio servizio in CEI e a S. E. Mons. Nunzio Galantino, attuale Segretario Generale della Cei, ai vescovi concelebranti, ai sacerdoti, alle autorità, alle persone consacrate, ai laici della CEI, della Migrantes, delle comunità cristiane, agli amici che, pur provenendo da luoghi diversi, dalla mia terra di Agnadello a Kiev, da Ferrara e da Roma, da Vailate e dalla parrocchia del Cambonino di Cremona, da Foligno – terra conosciuta e visitata durante il terremoto del 1997 – e da Galati, hanno manifestato la stessa Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica che sono chiamato a servire nella nuova esperienza episcopale.”
Aggiunge di partire dalla Chiesa di Cremona con due valige: nella prima ci sono tutti i ricordi (ed elencando quelli della giovinezza, si commuove); nella seconda, i sogni, in particolare “il primo molto bello – spiega – dei primi anni del mio ministero presbiterale e vede protagonista il vescovo Assi. Nel discorso del suo primo Convegno pastorale diocesano – una tappa che sarà sempre particolarmente cara al Vescovo durante gli anni del suo episcopato cremonese – nel settembre 1983, indicava il sogno di costruire 'Una Chiesa viva, giovane, povera, libera, fedele al vangelo, aperta al dialogo, rispettosa degli ordinamenti delle istituzioni e docile al soffio dello Spirito'.”
E cita il santo Padre: “Papa Francesco, riconsegnando alla Chiesa Italiana l'esortazione Evangelii gaudium, perché la rileggessimo in modo sinodale, e ricordando di “non guardare dal balcone la vita”, ha aggiunto: “Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta, con il volto di mamma, che comprende, accompagna accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà”.
La celebrazione si conclude con la benedizione solenne e il canto alla “Regina del cielo”.
Poi tutti a condividere un simpatico rinfresco in episcopio.

OMELIA DEL VESCOVO NAPOLIONI
Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza (Gv 10,10). Così, nel Vangelo di oggi, Gesù stesso ci ha tracciato un orizzonte sicuro per i nostri pensieri, e per i passi da compiere: la pienezza di vita, nel Regno, per tutti, in Lui.
La Parola di Dio ci aiuta, anche perché conosce il nostro imbarazzo ed educa il nostro stupore, affinché non si fermi alle circostanze umane (come la tua umana fragilità, caro don Giancarlo, come il mio impensato presiedere questa liturgia di Ordinazione, in mezzo a tanti fratelli maggiori nell'episcopato), ma ci introduca nei tesori della Tradizione ecclesiale. Quella che fa dire a S. Paolo: ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso (1 Cor 11,23; 15,3), riferendosi alle realtà centrali della nostra fede, come il mistero pasquale del Signore morto e risorto e la sua attualizzazione nell'Eucaristia, celebrata e vissuta.
Il protagonista di oggi è il Signore, siamo alla Sua presenza, e solo avendo il senso di Gesù risorto e vivo possiamo entrare, con l'obbedienza della fede e senza meriti, in quanto sta per accadere a te e a tutti noi, in questa giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, a partire dalla quale sarai chiamato “vescovo” per sempre. Ti trasmetteremo, nella coralità dell'essere successori degli Apostoli, ciò che anche noi abbiamo ricevuto, da secoli, e che si esprime nei segni del Vangelo, dell'anello e del pastorale, su cui ho scelto di riflettere brevemente, ricorrendo all'aiuto di tre grandi Vescovi.
Un Vangelo vivente.
Tra poco ti verrà posto sul capo il libro dei Vangeli. Il card. Martini diceva: “Questo è un segno molto bello: significa che (il Vescovo) deve avere il Vangelo dentro se stesso e quindi essere un Vangelo vivente. Egli è sottoposto a esso in ogni senso: la sua parola deve fare risuonare il Vangelo e ogni gesto deve essere una realizzazione del Vangelo” (Il Vescovo, Torino 2011, p.38). Per cui, dobbiamo chiederci sempre se ciò che facciamo ha a che fare non solo con l'evangelizzazione, ma proprio con il Vangelo, con Dio che parla ancora, e la cui voce di Pastore è attesa, ascoltata e riconosciuta, perché trafigge il cuore, ne intercetta le attese e guarisce le ferite, e lo allarga alla fiducia e alla speranza.
Ogni giorno il nostro ministero non può che attingere all'ascolto umile – e direi curioso – della Parola rivelata, la possibilità di dilatare il nostro animo, ricolmarlo dello Spirito, per osare il cammino sulle orme del Risorto. Come ci ha detto S. Pietro: a questo infatti siete stati chiamati, come discepoli del Crocifisso, a seguirne le orme, ora che siete stati ricondotti al pastore e custode delle nostre anime. Anche i Pastori della Chiesa sono degli erranti ricondotti, peccatori perdonati, fragili uomini rimessi in piedi dalla grazia. Custoditi dalla Parola, e dalla preghiera del popolo di Dio, possiamo custodire il Vangelo, la notizia della salvezza, il buon deposito della fede, in un cuore aperto e gioioso, facendo brillare con naturalezza – quasi a nostra insaputa – lo splendore della verità e la sua inesauribile capacità di attrazione.
Un amore sponsale.
Se il Vangelo rimanda all'evento, la consegna dell'anello ti unisce alla comunità, dicendoti: “custodisci la santa Chiesa, sposa di Cristo”. L'arcivescovo Bergoglio, dettando gli esercizi ai vescovi spagnoli nel 2006, invitava a contemplare la santità della Madre Chiesa, sempre tentata dagli idoli e perciò detta dai Padri casta meretrix. Se questa è la Chiesa che ci genera e che ci è data in sposa, è vero che “molte volte rimaniamo scettici davanti alla speranza di fecondità” (In Lui solo la speranza, Milano 2013, p.107) oppure pretendiamo di quantificarla e pianificarla, mentre “la fecondità del Vangelo segue altre strade. è paradossale”, è lasciar “volar via la vita” pensando di non aver fatto niente per il Signore, mentre in realtà ci si spende sempre gioiosamente per Lui, per l'unità della Chiesa e per la vita della gente.
Mentre noi pensiamo al tessuto concreto di volti e relazioni, vocazioni e ministeri, che fanno la Chiesa di Ferrara-Comacchio, come quella affidata a ciascuno di noi, l'allora cardinale di Buenos Aires ci ripete: “Amiamo il mistero della fecondità della Chiesa come si ama il mistero di Maria Vergine e Madre e, alla luce di quell'amore, amiamo il mistero della nostra condizione di servi inutili con la speranza che ci dà la parola che il Signore pronuncerà su di noi: 'servo buono e fedele'” (Ibidem, p.109).
Essendo chiamati a questo amore sponsale, credo che farà bene a Vescovi e preti andare a scuola dalle famiglie, per riscoprire insieme quella amoris laetitia che il mondo non conosce, e di cui anche certa nostra vita ecclesiale potrebbe aver smarrito l'alfabeto. Gesù, la porta delle pecore, ci chiede di attraversare con fiducia anche questa soglia epocale, perché tanti possano entrare, uscire e trovare pascolo.
Una missione apostolica.
Infine, ti consegnerò il pastorale del grande Vescovo Geremia Bonomelli che, a cavallo tra XIX e XX secolo, è stato – non solo per Cremona – maestro di discernimento profetico, di riconciliazione con la società civile, di riformismo radicato nell'ortodossia, portando grandi frutti nel rilancio della formazione sacerdotale e nell'attenzione ai migranti, al dialogo ecumenico, alle diverse povertà.
Egli sapeva vedere i segni del risveglio religioso atteso e possibile, ed ha insegnato la sapienza della gradualità pastorale: “non facciamo violenza alla natura e alla grazia: lasciamo che venga l'ora della Provvidenza” (Segno dei tempi, 1897, III.2). Nella lettera del 1896 dedicata a L'emigrazione, scriveva: “Non è proprio del mio ministero pigliare la parte dei deboli, degli oppressi, dei sofferenti? La Chiesa, imitando il divino suo fondatore, si atteggiò costantemente alla difesa dei piccoli” (p.443). Sappiamo tutti che questa è anche la tua storia, caro don Giancarlo, e sarà una nota caratterizzante la tua missione. Non solo nelle attuali emergenze.
Noi, tutti, non ti lasceremo solo, perché siamo coinvolti nella medesima missione apostolica, come ci ricorda Pietro nella pagina degli Atti: per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore nostro (At 2,39). Questa promessa di vita, da parte di Dio misericordioso e fedele, è la ragione più profonda della gioia e dell'impegno di questa assemblea, oggi in preghiera per la tua chiamata, fratello Vescovo, e per la vocazione di ogni figlio di Dio.

LE MIE DUE VALIGE
Discorso di S. E. mons. Gian Carlo Perego al termine della celebrazione dell'ordinazione.
1.”Lo Spirito del Signore è su di me”. È una nuova Pentecoste, quella che abbiamo vissuto insieme oggi, perché attraverso il suo Spirito, il Signore ha voluto 'formare', 'informare', 'riformare' la mia mente, il mio cuore, la mia anima per servire la Chiesa particolare di Ferrara-Comacchio.
È inevitabile pronunciare subito la parola 'grazie' al termine di questa celebrazione liturgica della mia ordinazione episcopale, nella stupenda cornice di questa Cattedrale, in questa 'povera e santa Chiesa' come la ritraeva il grande vescovo Geremia Bonomelli, nella mia 'cara terra', come la chiamava Don Primo Mazzolari, nel 1946 esprimendo i sentimenti del ritorno dalla guerra: “La terra, inutile che un altro te lo ricordi – scriveva don Primo – , è sempre la terra: e la tua è sempre una cara terra” (P. Mazzolari, Cara Terra, Vicenza, La Locusta, 1968, p.10). Grazie al Vescovo Antonio, che ha presieduto questa celebrazione, al vescovo Luigi e al Vescovo Guerino, a S.Em. il Card. Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze, con il quale ho iniziato il mio servizio in CEI e a S.E. Mons. Nunzio Galantino, attuale Segretario Generale della Cei, ai vescovi concelebranti, ai sacerdoti, alle autorità, alle persone consacrate, ai laici della CEI, della Migrantes, delle comunità cristiane, agli amici che, pur provenendo da luoghi diversi, dalla mia terra di Agnadello a Kiev, da Ferrara e da Roma, da Vailate e dalla parrocchia del Cambonino di Cremona, da Foligno – terra conosciuta e visitata durante il terremoto del 1997 – e da Galati, hanno manifestato la stessa Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica che sono chiamato a servire nella nuova esperienza episcopale. Un grazie che in questa celebrazione eucaristica, forma della Chiesa, diventa rendimento di grazie, preghiera a Dio che ancora una volta ha voluto mandare il suo Spirito, perché fossi inviato “ad annunciare il Vangelo ai poveri, la liberazione agli oppressi” nel corpo e nello spirito.
2. Parto da questa Chiesa con due valigie, parafrasando il titolo un recente volume, 'La vita in due valigie' (Todi, TAU, 2017), pubblicato dalla Migrantes e scritto dalla giornalista Anca Martinas.
Nella prima valigia non ci possono che essere i ricordi, non fotografie scolorite, ma esperienze vive, attorno alle quali ritrovo una tradizione cristiana, familiare, parrocchiale, ecclesiale. Riversando questa prima valigia, metaforicamente, su questo presbiterio, riprendo solo alcune cose, tra quelle che hanno alimentato il mio cammino vocazionale fino ad oggi. Mi ritrovo bambino, nella casa familiare di Agnadello, ogni martedì per pochi minuti, davanti al televisore in bianco e nero – una delle cose nuove meravigliose (Inter mirifica) per il Concilio Vaticano II -, a vedere e ascoltare Padre Mariano (1906-1972), che iniziava e concludeva con 'pace e bene a tutti' la lettura di una lettera della sua sterminata posta. Quell'uomo di Dio ogni martedì mi chiamava e sentivo il dono della sua dolcezza, della sua paternità. Lasciato il televisore vado in paese, ad Agnadello, per ritrovare incontri, amici, giochi, il rosario delle sere di maggio a S. Bernardino, il campo dell'Oratorio, la mia seconda casa, gli affetti, l'altare e la chiesa dove servire la messa e non solo. E qui ritrovo un secondo ricordo vocazionale. Era autunno, con giornate avvolte nella nebbia e don Luigi , il mio parroco, viene a chiamarmi per accompagnarlo a benedire le famiglie. Tenevo la borsa stretta, perché i soldi si mischiavano alle uova, mentre andavamo verso una cascina del paese, sulla strada sterrata. Arrivati alla cascina iniziamo il giro della benedizione delle famiglie dei contadini. Entrati in una casa vedo il padre e la madre ubriachi fradici agli angoli della cucina e sentiamo dei pianti di bambini nella stanza accanto: don Luigi mi lascia l'asperges e va in stanza e ritorna con in braccio una neonata e un bambino di tre anni. Dopo aver sgridato i genitori siamo andati in macchina e ha portato i due bambini in casa parrocchiale. Quel gesto di carità paterna è ritornato spesso nei miei pensieri in questi anni. Cercando sempre tra i ricordi rovesciati rivedo il tempo del Preseminario, al Santuario di Caravaggio, con la maestra Suor Lucia e don Giuseppe Giori, don Eros Rizzi e la sua fisarmonica, Mons. Romolo Casarotti: un anno di familiarità con la Madonna del Sacro Fonte che rimarrà sempre un luogo caro di riferimento fino a questi ultimi giorni, in cui ho voluto prepararmi spiritualmente all'ordinazione episcopale all'ombra del Santuario. Ritrovo in valigia un numero consistente di ricordi del Seminario vescovile di Cremona, il luogo della mia crescita umana e spirituale nei diversi tornanti della preadolescenza e dell'adolescenza, per 13 anni, fino all'ordinazione presbiterale.
Una casa, dove le tante figure incontrate, dagli assistenti, agli insegnanti, ai superiori e ai rettori, Mons. Balossi e Mons. Galli, ai direttori spirituali, don Lino Albertoni e Mons. Bassi, hanno saputo trasmettere amicizia, fraternità, rispetto, sacrificio. Tra i ricordi rivedo gli ultimi giorni di settembre 1984 quando arrivai al Cambonino, la parrocchia alla periferia della città, senza chiesa, senza oratorio, ma con tanti ragazzi e giovani: una palestra di vita.
Anni incrociati con un servizio al vescovo Enrico Assi, fino alla sua morte, avvenuta 25 anni fa, di cui ho seguito passo passo l'omiletica, mai improvvisata, un'attività pastorale e sociale intensa e appassionata conclusa con la visita di Giovanni Paolo II alla nostra città: un dono indimenticabile.
Tra i ricordi vedo gli anni alla Facoltà teologica di Milano, al Seminario Lombardo, e all'Università Gregoriana di Roma, dove ho imparato il valore della ricerca e che hanno preparato l'insegnamento teologico: una comunicazione della fede vera e affettiva, tra Parola e Tradizione. Una ricerca che si è confrontata anche con gli incontri negli anni di direzione della Caritas diocesana di Cremona. Infine tra i ricordi più attuali gli anni, i volti e le storie incontrate a Roma nei 15 anni spesi tra Caritas Italiana e Migrantes, dove ho sperimentato che la scelta preferenziale dei poveri, l'accoglienza e l'accompagnamento dei migranti costruiscono veramente una Chiesa, favoriscono nuovi stili di vita e cammini di santità cristiana, rinnovando la bellezza della città. Comunicazione e carità, sono i sentieri e gli affetti in cui il Signore mi ha accompagnato per scoprire la gioia della vita cristiana.
3. La seconda valigia che porto con me è quella dei sogni. Ci sono sogni che ritornano continuamente e informano le mie scelte, si confrontano con le mie decisioni di servire la Chiesa, continuamente rinnovate in questi anni. Il primo sogno è molto bello, perché è ritornato due volte nei primi anni del mio ministero presbiterale e vede protagonista il vescovo Assi. Nel discorso del suo primo Convegno pastorale diocesano – una tappa che sarà sempre particolarmente cara al Vescovo durante gli anni del suo episcopato cremonese – nel settembre 1983, indicava il sogno di costruire “Una Chiesa viva, giovane, povera, libera, fedele al vangelo, aperta al dialogo, rispettosa degli ordinamenti delle istituzioni e docile al soffio dello Spirito”. Alla sua morte, nell'omelia delle esequie, il 19 settembre 1992, il card. Carlo Maria Martini, citò il sogno di Assi e “con viva emozione” disse “il 10 febbraio 1981, celebrando il primo anniversario del mio ingresso a Milano.. avevo scritto una breve lettera alla Diocesi, dove dicevo come sogno una Chiesa oggi; ritrovo una profonda armonia, una profonda consonanza con le espressioni del vostro Vescovo, mi accorgo che avevamo un sogno comune di una Chiesa”. Oggi un terzo Vescovo condivide questo sogno e lo porta nella sua valigia, rinnovato da un nuovo sogno, quello condiviso da papa Francesco nel discorso al Convegno ecclesiale di Firenze, il 10 novembre 2015, un evento di grazia che porto nel cuore e nella mente. Papa Francesco, riconsegnando alla Chiesa Italiana l'esortazione Evangelii gaudium, perché la rileggessimo in modo sinodale, e ricordando di “non guardare dal balcone la vita”, ha aggiunto: “Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta, con il volto di mamma, che comprende, accompagna accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà”. E siccome i sogni non sono come le cose, ma si possono condividere pur restando in luoghi diversi, questi sogni li prendo con me e li condividerò con la Chiesa di Ferrara e Comacchio, ma rimangono anche a Voi, a questa Chiesa in Cremona. 4. Chiudo con un grazie a Dio, che oggi più che mai riscopro come un Padre, la cui paternità ho sentito vicino nella porzione del popolo di Dio da cui provengo e a cui vado. A questa mia Chiesa di Cremona, nelle mani del vescovo Antonio, desidero lasciare un dono: E' la vita di S. Omobono, in lingua spagnola, pubblicata a Madrid nel 1719. Non ho avuto il tempo di studiarla, se sia un'opera originale o la traduzione di altre vite nella stagione della sofferta sottomissione di Cremona alla Spagna; oppure il contributo di fede e carità che Cremona ha regalato alla Spagna. E' un segno, un ricordo, di un Santo, il patrono di Cremona, la cui forza nella carità e nella giustizia, formate dall'Eucaristia e dal Crocifisso, e il desiderio di pace e di dialogo per la città, sono state per me strade di vita cristiana. Oggi a Cremona invitato ad essere Buon Pastore; domani a Ferrara allenato ad essere Pescatore, pescatore di uomini.

LO STEMMA
Il motto episcopale: Per il proprio motto episcopale l'Arcivescovo Perego ha scelto le parole dell'incipit della Costituzione pastorale “Gaudium et spes” del Concilio Ecumenico Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, promulgata il 7 dicembre 1965 da Paolo VI, nell'ultimo giorno dell'assise conciliare. Lo stemma: I colori sono l'oro e l'azzurro. Nella parte superiore un ramo di palma verde e una lancia, posti in decusse, richiamando i simboli dei patroni dell'Arcidiocesi; in quella inferiore due onde d'argento (chiaro riferimento al Po che unisce Cremona a Ferrara) e la stella a sette punte, simbolo di Maria.