DAT. NUOVA LEGGE: DERIVE PERICOLOSE

Nonostante l'impegno per migliorarla la Chiesa italiana “non si riconosce” nella nuova legge sul biotestamento, perché apre “derive pericolose” lontane dal testo della Costituzione che garantisce la salute come “un diritto” per tutti. A dichiararlo è il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei e arcivescovo di Genova, in un'intervista, a firma di Paolo Rodari, rilasciata oggi a Repubblica. Per Bagnasco, la nuova legge “rimane un testo nel quale non possiamo riconoscerci, pur rilevando l'impegno con cui alcuni hanno cercato di migliorarne singoli aspetti. Essa rischia di aprire derive pericolose, come è avvenuto con altre leggi; e, comunque, rimane lontana da quell' impostazione personalistica che trova riflesso anche nella Costituzione della nostra Repubblica, che tutela la salute come diritto dell'individuo e interesse della collettività. Invece, questo testo è adatto a un soggetto che si interpreta a prescindere dalle relazioni, considerandosi padrone assoluto di una vita che non si è dato. Inoltre, spezza il legame tra medico e paziente”. Né accanimento, né abbandono terapeutico, la linea sempre sostenuta dalla Cei e ribadita dal suo presidente: “Il malato chiede di essere accompagnato in ogni momento sia sotto il profilo delle terapie che delle relazioni: questa prossimità fa la differenza”. Anche se l'obiezione di coscienza fosse garantita, precisa Bagnasco, “non cambierebbe il nostro giudizio sull'impostazione della legge, non da ultimo in quanto vengono coinvolti aspetti legati alla deontologia professionale. Come non rimanere sconcertati quando il medico viene ridotto a un funzionario notarile, che deve prendere atto ed eseguire, prescindendo dal suo giudizio in scienza e coscienza?”. Altra “grave lacuna” del ddl, “il mancato riconoscimento della peculiarità” delle strutture sanitarie cattoliche: una lacuna che va “colmata, nel rispetto della natura di strutture sorte con una precisa missione di cura della vita in ogni suo momento”.

Alimentazione e idratazione, al contrario di quanto dice la legge, non sono trattamenti sanitari, obietta Bagnasco, ma “forme di sostegno vitale, indispensabile per il bene della vita. Quando non risultino troppo gravose o prive di alcun beneficio, devono poter essere assicurate al paziente”. Quanto a presunte divisioni tra i cattolici sul fine-vita, Bagnasco puntualizza: “Ci sono stati senz'altro interventi di singoli, che hanno espresso sensibilità personali. Come presidente della Conferenza episcopale italiana posso però assicurare di aver toccato con mano un consenso unanime: la Chiesa, a partire dalla Santa Sede, si è pronunciata con chiarezza per il rispetto della vita, anche correndo il rischio di non venire compresa o di essere considerata incapace di rispetto per l'altro e la sua sofferenza. Questa unità non è solo astratta o teorica: i principi ci impegniamo a viverli promuovendo una pastorale di prossimità e chiedendo con forza un maggior investimento nelle cure palliative”.