BREXIT. LA SCOZIA VUOLE LA SECESSIONE

“Se fossi Theresa May avrei paura in questo momento. Qualunque sia il suo punto di vista – e so che molti politici conservatori non vedono l'ora di liberarsi della battagliera e recalcitrante Scozia – passare alla storia come il primo ministro britannico che ha permesso la distruzione del Regno Unito non è una prospettiva molto allettante”. Sir Tom Devine, cattolico, nominato baronetto dalla regina nel 2013, crede in una Scozia indipendente ma è anche un acutissimo studioso, il più importante storico contemporaneo delle terre a nord del vallo di Adriano. “Con la decisione della premier scozzese Nicola Sturgeon di indire un referendum, una volta che saranno chiari i termini del Brexit, tra l'autunno del 2018 e la primavera del 2019, esiste una vera possibilità che la Scozia si separi dal resto del Regno Unito e anche che quest'ultimo imploda perché anche il Nord Irlanda non gradisce l'idea di abbandonare l'Europa”, spiega il professor Devine.

Il peso della storia.
La premier scozzese Sturgeon ha evocato ieri il nuovo referendum per l'indipendenza da Londra, da tenersi appunto una volta che saranno chiariti i termini del Brexit. E subito titoli dei giornali e sondaggi si sono moltiplicati. “Dopotutto il 62% degli scozzesi ha votato per rimanere nell'Unione europea durante il referendum sul Brexit dello scorso 23 giugno, ed è importante – argomenta Devine – che la loro volontà venga accomodata”. La Scozia “come nazione nasce tra il dodicesimo e il tredicesimo secolo e abbiamo un diritto morale a controllare il nostro futuro.
L'Unione del 1707 con l'Inghilterra è stata un accordo tra due nazioni indipendenti non una conquista della Scozia da parte dell'Inghilterra, come è capitato con il Galles e il Nord Irlanda, e quindi può essere disfatta in qualunque momento se uno dei due partner vuole separarsi”.

Situazione cambiata.
Il professor Devine fa notare come la percentuale degli scozzesi a favore dell'indipendenza sia aumentata, negli ultimi mesi, fino a raggiungere il 50% dei sondaggi di questi giorni. E forse più. “Nel 2012, due anni prima l'ultimo referendum sull'indipendenza, solo il 28% degli scozzesi voleva abbandonare il Regno Unito. Entro il settembre 2014 questa percentuale era diventata il 45% e adesso siamo al 50%. Insomma la base per l'indipendenza è molto più ampia. Non solo. Anche le condizioni economiche sono molto più favorevoli di tre anni fa”. Se vi sarà o no un nuovo referendum dipenderà dai negoziati sul Brexit e da quello che produrranno.
La premier scozzese, secondo l'esperto, terrà la sua polvere da sparo pronta e all'asciutto ovvero aspetterà ad indire un nuovo voto popolare fino a che le condizioni negoziate dalla May con Bruxelles non saranno chiare. “Questo è quello che vuole la maggior parte degli scozzesi, anche quelli che intendono rimanere con il Regno Unito e che direbbero no all'indipendenza”.

“Mi ricorda la Thatcher”.
Lo storico si dice convinto che si è arrivati a questo punto per colpa dell'”arroganza della premier Theresa May e dei suoi ministri”. “La leader nazionalista scozzese Nicola Sturgeon voleva garanzie che la Scozia avrebbe avuto uno status privilegiato, una volta che il Brexit si fosse consumato, e un accesso al mercato unico come quello che sembra verrà concesso all'industria delle automobili; ma queste sue richieste non sono state prese in considerazione”. Devine aggiunge: “Non sono neppure state discusse dal governo. Questa è arroganza ed è un atteggiamento che ricorda un altro premier donna conservatore, Margaret Thatcher, proprio colei che, secondo molti, ha provocato il nazionalismo scozzese”. Secondo l'esperto di storia scozzese non è neppure detta l'ultima parola sul Brexit.

“La strada sulla quale si è incamminato il governo di Theresa May è piena di ostacoli”,
dice Devine. “I politici ai quali sono stati affidati i negoziati, Boris Johnson e David Davis, non sono certo tra i più abili diplomatici del partito conservatore. Le trattative potrebbero essere così lunghe e complicate da non portare da nessuna parte. Oppure, nel caso il risultato delle trattative fosse un hard Brexit, come sembra probabile, ovvero un'uscita dal libero mercato, il parlamento di Westminster potrebbe decidere di dire no per i danni che provocherebbe alla nostra economia. Penso anche che il 48% dei cittadini che hanno votato contro il Brexit potrebbero dare vita a un partito che rappresenti una effettiva opposizione alla linea presa dal governo. Insomma c'è ancora speranza per chi vuole che il Regno Unito rimanga in Europa”.