I BALCANI CREDONO NELL'UNIONE EUROPEA

Non da oggi sappiamo che la regione balcanica è un crogiolo di diversità: un vero e proprio puzzle, un intreccio – che fatica a ricomporsi in unità – di storie, bandiere, culture, lingue e alfabeti. La stessa presenza religiosa mostra una compresenza, non sempre pacificata ed “ecumenica”, tra ortodossi, cattolici (di vari riti), musulmani. Le differenze del passato sono tuttora riscontrabili, specie dopo l'implosione della Jugoslavia di Tito, in campo politico, economico, sociale.
Eppure, a ben guardare, immergendosi nell'odierna e variegata realtà balcanica, si possono riscontrare taluni elementi ricorrenti nei diversi Paesi: Croazia, Slovenia (appartenenti all'Unione europea), Serbia, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Montenegro, Albania, Macedonia, con ulteriori “addentellati” nelle limitrofe Bulgaria e Grecia.

Questi “punti di contatto” possono essere così riassunti: identità, locali e nazionali, forti e non di rado in tensione fra loro; sviluppo economico crescente ma complessivamente modesto; propensione all'emigrazione (in relazione a economie che non offrono sufficienti posti di lavoro e opportunità per i giovani); democrazie ancora traballanti e non sempre in grado di assicurare una pubblica amministrazione efficiente e trasparente, una giustizia equanime, l'universale garanzia dei diritti individuali e sociali.
Ma si possono mettere in luce, scorgendo al di là di talune “apparenze”, altri due elementi comuni e positivi (esplicitamente emersi durante il recente convegno internazionale promosso dal Movimento cristiano lavoratori nella capitale della Macedonia, sul tema “Le problematiche dell'immigrazione e le nuove politiche europee per la coesione sociale”). Anzitutto vi è un tessuto sociale vivace, che ha voglia di riscatto, di benessere, di ordine, di trasparenza.
A Sarajevo come a Belgrado, a Skopje piuttosto che a Tirana, c'è la voglia di recuperare il tempo perduto sotto invasori stranieri e regimi dittatoriali recenti. I giovani scappano verso l'Europa occidentale ma, se avvicinati e interrogati, raccontano la speranza di rimanere nella propria terra, cui si sentono legati, per fare famiglia, costruire la propria casa, guadagnarsi il pane e riportare la propria nazione a una levatura europea, come insegna loro la storia che studiano a scuola.
In secondo luogo, praticamente in tutti i Balcani si respira una robusta propensione europea.
Governi e opinioni pubbliche in grande maggioranza confidano nel progetto europeo e vi vedono un solido aggancio alla democrazia e allo sviluppo. A differenza di quei Paesi che vi fanno parte, i Balcani bussano alla porta dell'Ue fiduciosi di potervi presto far parte e di trarne giovamento, al contempo convinti di apportare alla “casa comune” la ricchezza della propria storia, identità e slancio europeista.
Da questa parte del continente, sarebbe dunque opportuno misurarsi con maggior attenzione e disponibilità con i Paesi e i popoli dei Balcani. I rapporti avviati dai Ventotto con questi Stati, in ragione del processo di adesione, dovrebbero misurare – come “valore aggiunto immateriale” – questo entusiasmo pro-Europa che si respira nel sud-est del continente, così da sostenerlo e incanalarlo in riforme che facciano procedere tali Paesi verso il raggiungimento dei “criteri di Copenaghen”, parametri richiesti agli Stati candidati per poter far parte dell'Unione. Il processo di allargamento dell'Ue verso i Balcani – da compiersi in tempi ragionevoli – potrebbe infatti creare un vicinato stabile ed economicamente solido: due garanzie volte a evitare conflitti alle porte dell'Ue e migrazioni verso l'Unione. La successiva adesione dei Paesi della regione aiuterebbe, inoltre, a realizzare un “ponte” verso la Turchia, il Medio Oriente e l'Asia, nonché verso il mondo islamico. Un ponte di cui oggi l'Europa comunitaria dovrebbe avvertire, per molteplici ragioni, l'esplicita e urgente esigenza.

Gianni Borsa