TRUMP OGGI GIURA. ATTESA DEI VESCOVI USA

Il giorno del tycoon: dopo una delle campagne elettorali più dure della storia degli Usa oggi a Washington Donald Trump presterà giuramento diventando ufficialmente il 45° presidente degli Stati Uniti. Giurerà davanti al presidente della Corte suprema, John Roberts, sulla Bibbia che fu usata dal presidente Abraham Lincoln e su quella donatagli dalla madre nel 1955. Subito dopo il presidente pronuncerà il suo discorso inaugurale che, si spera, abbia dei contenuti più costruttivi delle sue esternazioni in campagna elettorale, quando il tycoon si era lanciato contro i musulmani usando l'equazione Islam uguale terrorismo, i migranti colpevoli, a suo avviso, di portare via il lavoro agli americani e autori di “crimini orribili”. Da qui la necessità di costruire un muro al confine con il Messico per tenerli fuori. Non solo. Trump aveva auspicato la chiusura di Internet per arginare l'estremismo on line, aveva definito “obsoleta” la Nato, annunciato il trasferimento dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, “capitale eterna del popolo ebraico”, scatenando le ire dei Palestinesi. Tutto questo e altro ancora per “rendere di nuovo grande l'America”, slogan usato da Ronald Reagan nella campagna del 1980. Una comunicazione “di pancia” che in molti sperano possa, da adesso in poi, lasciare spazio alla politica vera. In testa i vescovi americani, come dice al Sir monsignor Oscar Cantú, vescovo di Las Cruces (diocesi che comprende la parte meridionale del Nuovo Messico) e presidente della Commissione “Giustizia e Pace” della Conferenza episcopale statunitense.

Alla prova dei fatti. “Aspettiamo i fatti. Fino ad ora abbiamo ascoltato solo parole spesso contraddittorie” afferma il vescovo parlando, a Betlemme, a margine della tradizionale visita di solidarietà a Gaza, Hebron, Gerusalemme e Jaffa (dal 14 al 19 gennaio) del Coordinamento dei vescovi Usa, Ue, Canada e Sud Africa per la Terra Santa. “Non vogliamo dire o fare nulla. Aspettiamo fatti concreti. Come Conferenza episcopale cercheremo di cooperare con la nuova amministrazione su temi sensibili come la vita, l'aborto, la libertà religiosa, la salute” sui quali esistono anche delle convergenze.

“Se il presidente Trump dovesse agire contro i principi morali ispirati al Vangelo, noi saremo pronti a ribadirli”. Una cooperazione che potrebbe vacillare in modo particolare sul tema dei migranti. L'idea di Trump di costruire un muro al confine con il Messico non lascia tranquillo l'episcopato americano. “Siamo molto preoccupati – conferma mons. Cantú -.

Subito dopo l'elezione di Trump alcuni giovani migranti si sono suicidati. Erano in attesa di avere la Green card (autorizzazione rilasciata dalle autorità Usa che consente a uno straniero di risiedere sul suolo statunitense per un periodo di tempo illimitato, ndr), ma la vittoria del tycoon ha tolto loro la speranza”.

“Qualcosa nel linguaggio di Trump adesso pare stia cambiando – dice il vescovo di Las Cruces – e l'auspicio è che possa rivedere le sue posizioni sul muro, che non risolve in nessuna maniera il problema. Crediamo che la scelta migliore sia cooperare con il Messico e gli altri Paesi dell'area centroamericana, perché questi abbiano sviluppo e lavoro. L'emigrazione si ferma con lo sviluppo e la cooperazione non con i muri”. Dal muro del Messico a quello di cemento di Betlemme il passo è breve per mons. Cantú, reduce da poche ore da una visita alla città natale di Gesù. Anche sul Medio Oriente le attese dei vescovi Usa per le decisioni di Trump sono condite da non poca preoccupazione. “Dalle prime dichiarazioni – afferma il vescovo – la politica estera di Trump appare filo-israeliana e questo sbilanciamento può complicare ancora di più una situazione già grave.

Siamo contrari all'idea di trasferire l'ambasciata americana a Gerusalemme.
Una scelta che non porterà nessun vantaggio né a Israele né alla Palestina, né tantomeno favorirà la pace. Potrebbe essere invece un ulteriore detonatore per la violenza. La soluzione migliore, auspicata dalla comunicata internazionale e da Papa Francesco, è quella di “due Popoli, due Stati”. Inoltre come vescovi americani ricorderemo al Presidente la situazione in cui versano i cristiani di Terra Santa. La gran parte di loro è palestinese e l'idea che tutti i palestinesi siano terroristi è inaccettabile.
I cristiani in Medio Oriente sono una minoranza marginalizzata. Per questo va sostenuta, come auspica Papa Francesco che non ha esitato a parlare di persecuzione e genocidio dei cristiani in Medio Oriente”. Ma non c'è solo la politica del tycoon presidente a preoccupare i vescovi Usa. L'elezione di Trump riconsegna alla Chiesa un elettorato cattolico, 65 milioni di fedeli, spaccato in due: il 52% pro Trump e il 45% pro Clinton. “Non è una sorpresa – spiega mons. Cantù – questa spaccatura, avvenuta già in altre occasioni, è un effetto della secolarizzazione che spinge la gente a giudicare la Chiesa con gli occhi della politica invece che a giudicare la politica con gli occhi della fede e dei valori morali che questa chiede. È un problema culturale da affrontare con i dovuti mezzi”. Per questo il prossimo mese di luglio la Conferenza episcopale ha promosso una convocazione dei cattolici Usa per dibattere il tema dell'identità cattolica, “quale base per una serena convivenza e scelte condivise alla luce del Vangelo”. Aspettando le prime mosse di Donald Trump.