OFFANENGO – STORIA DELLE FORNACI…

Una sala affollata del Museo della Civiltà Contadina di Offanengo ha accolto, sabato 7 gennaio, a partire dalle ore 15.30, la presentazione del libro Fornaci e fornaciai di altri tempi in terra cremasca e dintroni che riporta i preziosi contributi di Maria Verga Bandirali e Valerio Ferrari. il libro è stato presentato dalla ricercatrice Sara Fasoli di cui riportiamo l'intervento integrale.
Buongiorno a tutti. Sono qui per parlare di due lavori, che nascono da competenze ed esperienze diverse: un piccolo cameo documentario l'uno e un saggio di respiro cronologico e tematico più ampio l'altro. Oggetto dei due saggi un particolare aspetto della tematica del mondo dell'artigianato e del lavoro nonché della trasformazione del territorio cremasco da tempo negli interessi degli storici.

Ringrazio Maria Verga per avermi chiamata, con gentilezza e generosità, a riflettere ancora insieme sulle peculiarità del territorio “cremasco” che, nel tempo , ha rappresentato uno dei file rouge della mia attività di ricerca.

Le fonti medioevali – ricordava M. Bloch – sono come i bambini ben educati di una volta: non parlano con gli sconosciuti e rispondono solo se interrogati.
I documenti del fondo di san Benedetto rappresentano una parte consistente della documentazione cremasca superstite (l'unica per i secoli XII-XIV) ancorché la sua marcata identità cremasca non permetta agevolmente il ricorso e il confronto con la contigua documentazione cremonese. Questi stessi documenti tuttavia possono essere visti in effetti come bambini ben educati che attendono con pazienza le domande che di volta in volta gli indirizzi di studio progressivamente pongono.
Di conseguenza, quello che può essere un limite non ha impedito a un gruppo di appassionati di recepire suggerimenti e nuove piste di ricerca verso argomenti che una trentina di anni fa non apparivano evidenti né possibili/degni di interesse. Mi riferisco appunto alle fornaci, espressione di un'attività manifatturiera solo in tempi più recenti oggetto di attenzione.
Ed è su questa base che è diventato uno degli strumenti che in maggior misura ha permesso a Ferrari e Verga di ricomporre il panorama fornaciario cremasco. La scelta di un ambito locale non vuol dire rinunciare a elaborare interpretazioni, ricercare ipotesi o modelli di analisi.
Maria Verga, da storica attenta qual è, nel suo contributo, breve, ma assai ricco di informazioni e spunti ha interrogato in modo opportuno i documenti del fondo di San Benedetto e ha saputo dare un'immagine viva di alcune attività produttive tipiche del Medioevo.
Sono proprio le pergamene del cenobio benedettino che testimoniano, sia pure con certa reticenza per la loro tipologia, non solo l'esistenza di fornaci, ma anche la pratica di impiantarle dove servivano (magari temporaneamente) presso i cantieri degli edifici in costruzione (chiese, cascine, canali) e testimoniano l'attenzione particolare dei monaci verso queste strutture costruite sulle loro proprietà che da un lato garantivano loro la disponibilità di materiali da usare per la costruzione/manutenzione degli edifici conventuali, dall'altro costituivano una possibile fonte di reddito quando venissero venduti.
L'uomo e l'ambiente: da tale punto di vista, le fornaci vengono ad essere uno degli elementi connotativi del paesaggio cremasco la cui peculiarità è quella di essere un paesaggio profondamente antropico e antropizzato, segnato, o meglio disegnato, dalla presenza dell'uomo e delle sue attività produttive.
Il paesaggio (cito dalla carta di Napoli sulla riforma degli ordinamenti di tutela del paesaggio in Italia del 1999) è “un sistema vivente che ha una forma fisica ed un'organizzazione spaziale specifica (struttura), una dinamica interna dovuta al movimento e al flusso di energia tramite acqua, vento, piante e animali (funzionamento); è soggetto ad evoluzione nel tempo in funzione delle modifiche di tali fattori (cambiamento) ma è anche è una “specifica risorsa culturale ed ambientale” che va colta e analizzata in tutte le sue caratteristiche, ecologiche, ambientali, naturalistiche, storiche (in questa sede le più “urgenti”), nonché insediative e architettoniche: Il paesaggio, cioè l'aspetto fisionomico delle interazioni uomo-ambiente, è prima di tutto un contenitore di valori di cui occorre essere consapevoli.

Il paesaggio può costituire una fonte storica integrata, uno spazio in cui si intrecciano varie categorie di fonti, come monumenti e opere d'arte, e altre piene di notizie minute che rimangono nascoste nel contesto locale in attesa di essere individuate e valorizzate. Le aree antropizzate sono ricche di informazioni di tal genere che la ricerca ha il compito di palesare.
È nella logica di una simile consapevolezza che credo sia stata condotta la presente ricerca.

Dal mitico lago Gerundo, il territorio cremasco nei secoli, e secoli, si è trasformato (come gran parte di tutta la Padania, è vero) da area paludosa, incolta, coperta da boschi e macchie di arbusti in area agricola ordinatamente disegnata, scandita da acque sempre più regolamentate in funzione delle necessità dei suoi abitanti. Si tratta di vicende complesse, di evoluzioni non continue, non durature . e l'ambiente ha vissuto profondi interventi modificatori.
I secoli del Medioevo accompagnano tale evoluzione, o meglio i secoli che dal XII al XV registrano il passaggio da una realtà ancora “primitiva” a quella “razionale” costruita dall'uomo, che una lettura attenta dei tanti microtoponimi ci permette di seguire nella sua gradualità: lame e mosi che spariscono, ronchi che avanzano, fontanili, rogge che nascono, rogge che muoiono, boschi che si ritirano e/o da pubblici diventano privati o passano di mano, strade vecchie e nuove, per non parlare dei manufatti umani (castelli che diroccano, cascine, fornaci, appunto) .
Non a caso nella toponomastica medioevale cremasca il riferimento alle fornaci (insieme ai dossi) è uno dei loci più comuni (un locus classicus), se non il più comune, dopo i rimandi a ronchi e prati. La fornace è chiara traccia dell'esistenza di una vivace manifattura e di una vivace attività edilizia rispondente a nuove esigenze di città e campagne, oseremmo quasi parlare di una protoindustria (termine applicato più all'età moderna che a quella medioevale), in questo caso di manufatti che uscivano dalle botteghe o dagli opifici intrinsecamente legati al territorio e alle sue caratteristiche geofisiche.
I monasteri come quello di San Benedetto hanno sempre attribuito alla loro presenza il compito di colonizzare terre incolte e di lavorare quelle terre in un'ottica agricola, di affittanze e raccolti, di prativi e di semine. Ma nel tempo l'economia cambiava ed emergevano altri ambiti di sviluppo e intervento. La presente iniziativa focalizzando l'attenzione su un aspetto, quello delle fornaci, ricostruisce il paesaggio senza farne un “elemento agricolo”. Lo spazio geografico diviene la tessitura di un sistema complesso, in cui anche il cenobio sembra mutare la propria vocazione agricola sollecitato dai cambiamenti in atto.
Sono tematiche ben familiari a quanti hanno studiato questo territorio negli ultimi 30 anni.
Richiamo alla mente di tutti soltanto la giornata dedicata alla rilettura della convenzione viscontea del 1361 su acque e strade e le puntualizzazioni gli approfondimenti emersi in quella occasione.

Non tutto il cremasco fu indifferentemente terra di fornaci, rileva Valerio Ferrari.
Se la parte meridionale della depressione del Moso può essere considerata area secondaria di giacimenti limoso-argillosi, -Ombriano soprattutto, ma ricordo anche una fornace ad viam mosi in corte di Vaiano – lo fu invece “con speciale continuità cronologica e spaziale” la fascia occidentale, fino, sconfinando nel Cremonese, a Romanengo, Soncino e Castelleone.

Toponimi e specifici riferimenti documentari testimoniano l'attività fornaciaria nel Medioevo nelle corti di Offanengo Minore (dove il termine ricorre variamente: ad fornaces, in Ceredella, in Mondura, ad crucem vie, quelle dei de Loteriis e de Vaylate, quella un tempo di Bettino Munco) e Castelnuovo, dove ne risultano tracce anche nei secoli XVII-XVIII, così come a Madignano.
L'Ottocento vedeva ancora attive a Vergonzana le fornaci Pesadori-Fusarpoli-Trezzi, a San Bernardino quelle Trezzi-Deretti e Crivelli, lungo il Serio Morto il forno Trezzi, alle Garzide altri due forni.

Il fenomeno locale si inquadra nella generale tendenza – registrata nell'area lombarda a partire dal XIII secolo – alla diffusione dell'uso del cotto anche nell'edilizia privata dove il laterizio progressivamente (via via anche nelle campagne) sostituisce il legno e il graticcio di intonaco (Landi): testimonia questa fase di transizione l'investitura livellaria (1358) da parte del priore di S. Benedetto di un sedime con edifici paleati et copati che l'affittuario doveva mantenere tali.

Ora, una città come Crema in crescita, civile e istituzionale e di conseguenza anche edilizia, rappresentava una sorgente di continua domanda di tali prodotti.

È significativo infatti che vi esistesse una corporazione dei fornasarii, quando non tutti coloro che esercitavano attività manifatturiere riuscirono a Crema a raggiungere un tale livello identitario (ricordo che i tintori per es. erano del tutto alla mercé del paratico dei mercanti), segno di un ruolo di importanza notevole nel panorama economico/politico cittadino.

La produzione di mattoni, tegole e altri manufatti similari era puntualmente regolamentata dal comune sia nei dettagli del processo produttivo e del prodotto per quanto concerneva dimensioni e qualità (anche i mattoni troppo cotti e vetrificati trovavano comunque impiego in rogge e canali in quanto più impermeabili degli altri).
Gli statuti dettavano poi norme per quanto riguardava la struttura stessa della fornace (differenziata in relazione al prodotto specifico) e le caratteristiche dei terreni su cui sorgeva. È del tutto plausibile che anche tra le maestranze addette esistessero diversi livelli di specializzazione a seconda della tipologia del prodotto e dell'intervento edilizio.
Tale attività costituiva pertanto un non trascurabile cespite per l'economia locale e di conseguenza per il comune e il suo ceto dirigente. Ricordo tra tutti gli imprenditori fornaciari soltanto le famiglie de Loteriis la cui attività nel settore è documentata ripetutamente (nell'esiguità delle fonti cremasche del tempo) per un secolo tra '300 e '400 e dei Trezzi i quali evidentemente stanno alle fornaci nel XIX secolo come i de Loteriis a quelle del Basso medioevo.