IL PAPA INCONTRA I TERREMOTATI

“Ricostruire i cuori prima delle case”. Così il Papa ai circa 7mila terremotati del Centro Italia ricevuti questa mattina nell'Aula Paolo VI in Vaticano. Francesco, in un discorso tutto a braccio, ha parlato della sofferenza, del rispetto, delle ferite di chi ha pianto la scomparsa dei propri cari e ha perso ogni cosa.
Ricostruire. Il Papa, “toccato nel cuore” come lui stesso ha detto, parte da questa parola, citando alternativamente nel suo discorso le due testimonianze che lo hanno accolto. Ricorda le parole di Raffaele che ha raccontato i minuti del terremoto, invocato la preghiera e la necessità della ricostruzione, e don Luciano, parroco dell'Abazia di Sant'Eutizio di Spoleto-Norcia, che ha detto: “Abbiamo perso le case, ma siamo diventati una grande famiglia”: “Una parola che è stata come un ritornello, quella del 'ricostruire', quello che Raffaele ha detto molto concisamente e molto forte: 'Ricostruire il cuori ancor prima delle case'. 'Ricostruire – ha detto don Luciano – il tessuto sociale e umano della comunità ecclesiale'. Ricostruire”.
Francesco parla delle “ferite del cuore”, delle persone che ha incontrato, che hanno perso la casa, i propri cari: bambini, genitori, anziani: “Non c'è posto per l'ottimismo qui: sì per la speranza ma non per l'ottimismo. L'ottimismo è un atteggiamento che serve un po' in un momento o ti porta avanti ma non ha sostanza. Oggi serve la speranza per ricostruire e questo si fa con le mani”.
E proprio sulle mani si sofferma il Papa, quelle di Raffaele che hanno estratto dalle macerie i propri cari, quelle di medici, infermieri, vigili del fuoco, volontari: “Le mani. Ricostruire e per ricostruire ci vogliono il cuore e le mani, le nostre mani, le mani di tutti. Quelle mani con le quali noi diciamo che Dio ha fatto il mondo come un artigiano, le mani che guariscono”.
Poi parla delle ferite, cita ancora don Luciano che ha detto: “Noi siamo rimasti lì per non ferire di più la nostra terra”: “Non ferire di più quello che è ferito. E non ferire con parole vuote, tante volte, con notizie che non hanno il rispetto, che non hanno la tenerezza davanti al dolore. Non ferire”.
“Silenzio, carezze, tenerezza del cuore ci aiuta a non ferire”, prosegue Francesco che guarda anche alle forza della riconciliazione e dello stare insieme, piangere insieme, per affrontare le situazioni difficili. Poi concretamente parla di un'altra parola che lo ha toccato: “le ferite”: “Le ferite guariranno, ma le cicatrici rimarranno per tutta la vita e saranno un ricordo di questo momento di dolore, sarà una vita con una cicatrice in più”.
Riporta ancora una volta le parole di don Luciano che ha raccontato, dicendosi orgoglioso, “il coraggio la tenacia, la pazienza, la solidarietà nell'aiuto vicendevole” della gente: “Anche io devo dire che sono orgoglioso dei parroci che non hanno lasciato la terra e questo è buono: avere pastori che quando vedono il lupo non fuggono”.
Un'altra parola ripresa dal Papa è stata la vicinanza: “La vicinanza ci fa più umani, più persone di bene, più coraggiosi. Una cosa è andare solo, sulla strada della vita e una cosa è andare per mano con l'altro, vicino all'altro”.
Ricominciare ribadisce il Papa “senza perdere la capacità di sognare” avendo “il coraggio di sognare una volta in più”. Poi torna con il ricordo alla mattina del terremoto del 24 agosto per condividere quello che ha provato: “Due cose ho sentito: ci devo andare, ci devo andare; e poi ho sentito dolore, molto dolore. E con questo dolore sono andato a celebrare la Messa quel giorno”.
Quindi, “il grazie” a tutti per la testimonianza offerta: “Grazie per essere venuti oggi e in alcune udienze di questi mesi; grazie per tutto quello che voi avete fatto per aiutarci per costruire, ricostruire i cuori, le case, il tessuto sociale, anche per ricostruire col vostro esempio l'egoismo che è nel nostro cuore che non abbiamo sofferto questo”.

(Radio Vaticana)