NO AI GRANDI CENTRI DI ACCOGLIENZA

“No all'accoglienza nei centri grandi, meglio nei piccoli centri e diffusa nei territori per gestire meglio i momenti di esasperazione, che possono capitare”: lo ribadisce da tempo Caritas italiana e lo ricorda ancora una volta Oliviero Forti, responsabile dell'area nazionale, commentando al Sir, a poche ore dallo scoppio nella notte di lunedì di una rivolta in un centro di accoglienza straordinaria di Cona, in provincia di Venezia, dopo la morte di una giovane richiedente asilo per i presunti ritardi nei soccorsi.
Forti non perde l'occasione per rinnovare l'appello a tutti i comuni italiani perché “aderiscano numerosi” al piano del governo varato circa un mese fa per estendere l'accoglienza in piccoli centri in tutto il territorio italiano e non solo in alcune regioni, oramai allo stremo. Inoltre, invita a “non strumentalizzare la vicenda per farla diventare occasione di ulteriore discriminazione nei confronti dei migranti: è un problema che va analizzato, non cavalcato”.
La lunga e collaudata esperienza della Caritas nell'accoglienza dimostra che la modalità dei piccoli centri sparsi sul territorio funziona: “Non ci sono mai stati ritardi estremi nel garantire i servizi né episodi così eclatanti; i momenti di esasperazione possono capitare ma vanno gestiti con le forze dell'ordine”. La Caritas, come tante altre organizzazioni sociali, è anche contraria alla proposta del ministero dell'Interno di riaprire i Cie (Centri di identificazione ed espulsione) per aumentare le espulsioni di irregolari: “È dimostrato che sono costosi e inefficaci e non rispettano i diritti”.
“Costano allo Stato almeno il doppio dei 35 euro, ricorda Forti. Così come le espulsioni, si parla di migliaia di euro a persona, che hanno senso solo se praticabili. Ma nella maggior parte dei casi non esistono accordi bilaterali con gli Stati dell'Africa sub-sahariana da cui provengono i diniegati. Se le persone venissero riaccompagnate nei Paesi con programmi di reinserimento e reintegrazione andrebbe anche bene, ma questo non avviene. Allora perché questi proclami?”. Il caso del terrorista Anis Amri, che ha vagato per quattro anni per l'Europa nonostante sia stato identificato come persona pericolosa, puntualizza, deve allora “far riflettere sulla mancata capacità del sistema di portare a termine le espulsioni”.
La rivolta che è scoppiata nella notte al centro di prima accoglienza di Cona, in provincia di Venezia, dimostra come le realtà che accolgono grandi numeri di migranti rischiano di diventare “luoghi ingestibili e quindi esplosivi” e sono pertanto un campanello di allarme per un cambiamento di rotta verso “una accoglienza diffusa su tutto il territorio, con numeri ridotti, accompagnata e affidata a realtà qualificate e con il controllo delle comunità locali, cioè i comuni”. Ripete un discorso più volte fatto monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, organismo pastorale della Cei.
“È evidente – dice Perego – l'esasperazione da parte degli ospiti del centro che, come si sa, vivono in una condizione di abbandono molto grave che ha portato a un gesto sicuramente da condannare – la rivolta e la distruzione – ma che certamente ha dei fondamenti non di poco conto a cui si è aggiunto, come elemento scatenante, il fatto che solo dopo 5 ore è arrivata l'ambulanza per una donna, che si trovava in una situazione di pericolo di vita . Si tratta quindi di una inadempienza grave”.
“Occorre ripetere come diciamo da diverso tempo che i Cas, i centri di accoglienza straordinaria – prosegue – non vengano affidati a realtà senza esperienza e che ci sia un controllo sulla gestione. Ma soprattutto diciamo che questo ultimo fatto indica in maniera molto chiara l'urgenza che si passi dai grandi centri che possono diventare ingestibili ed esplosivi, come è avvenuto in queste ore nel centro veneziano, ad una accoglienza diffusa, con pochi numeri”. È quanto Migrantes chiede da tempo e cioè un impegno a “essere responsabili nella accoglienza”, che significa mettere in atto “una accoglienza diffusa che abbia al centro la tutela della dignità della persona. “Una esperienza – aggiunge il direttore della Fondazione Migrantes – che premia anche dal punto di vista della sicurezza del territorio e di un accompagnamento che non crei disagi gravi che sempre sono avvenuti nei grandi centri”.