NATALE A BETLEMME

Nella città circondata e strozzata dal muro di separazione, a Natale si è aperta una porta, quella di Dio, “da cui esce il Figlio, l'Emmanuele Dio-con-noi”. È questa l'immagine evocata da monsignor Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme, durante la messa di Mezzanotte celebrata, come tradizione, nella chiesa di Santa Caterina, attigua alla basilica della Natività, in una Betlemme completamente “sold out” per l'enorme flusso di pellegrini da tutto il mondo. Tanti quelli che hanno seguito la celebrazione dalla piazza della Mangiatoia, Manger square, e dal Campo dei pastori. Con loro anche moltissimi betlemiti. Nei primi banchi, all'interno della Chiesa, le più alte autorità palestinesi, con il presidente Abu Mazen, il sindaco di Betlemme, Vera Baboun, e diversi rappresentanti diplomatici. Un'atmosfera di luci e colori che, tra rigidi controlli di sicurezza, ha avvolto la città natale di Gesù senza però farle dimenticare che ci sono anche “porte che si chiudono, come il cuore di Erode, le case di chi non ha posto per Lui, la vita di chi ha già i suoi beni da difendere, i suoi progetti da realizzare, le sue idee da imporre”.

La metafora della paura. “Mi piace questa immagine della porta – ha detto mons. Pizzaballa nell'omelia – essa evoca, richiama, invita a correre il rischio della libertà che si apre o si chiude e così rende possibile o impossibile la pace che attendiamo, l'incontro che salva”. Quella pace da queste parti attesa ormai da 50 anni – il prossimo 2017 sarà mezzo secolo di occupazione militare israeliana – e senza la quale nessuno è sicuro. Lo ha ricordato bene l'ex Custode di Terra Santa quando ha ribadito che “il Natale di Cristo e dei cristiani non è la festa magica o sentimentale da viversi rinchiusi nelle proprie case, sicuri dei propri recinti personali, familiari o sociali”,
ma è l'annuncio di una “salvezza che attende di essere accolta per realizzarsi”. Per questo “siamo invitati a metterci in cammino, a deciderci per l'impegno, ad uscire dalle nostre pigrizie e dai nostri ragionamenti per andare fino a Betlemme, per entrare nel nuovo spazio di vita e di pace, il Regno che Cristo viene a inaugurare. La porta è aperta, la nostra libertà è invitata”. L'arcivescovo non ha nascosto le difficoltà di questo cammino segnato da “un sempre crescente senso di insicurezza e di diffidenza” di cui “siamo tutti vittime”. L'elenco delle cause è lungo e legato alla realtà, non solo della Terra Santa, ma di tutto mondo. Il messaggio di Cristo che nasce, infatti, è per tutti: “Speranze di pace troppo spesso deluse, violenze e attentati ricorrenti, parole tanto retoriche quanto inefficaci ci spingono a trincerarci, a blindare le porte, a porre sistemi di vigilanza, a fuggire lontano piuttosto che restare resistendo nella fiducia e nella speranza.

Temiamo l'estraneo che bussa all'uscio della nostra casa e ai confini dei nostri paesi”.
Porte chiuse e confini difesi, “prima che scelte personali e politiche”, sono, per Pizzaballa, “una metafora della paura che genera inevitabilmente le dinamiche violente del momento presente.

Siamo impauriti da quello che succede nel mondo, con le nostre speranze che qui come in troppi Paesi del mondo naufragano in mezzo alla corruzione, all'impero del denaro, alla violenza settaria, alla paura: in Siria, Iraq, Egitto, Giordania. Ma anche nella nostra Terra Santa continua a salire la sete di giustizia e dignità, di verità e amore vero.

Continuiamo, infatti, a rifiutarci e a negarci vicendevolmente, vivendo e pensando come se ci fossimo solo noi e non ci fosse posto per l'altro”.

“Psicologia del nemico”. Una vera e propria “psicologia del nemico” che fatalmente, ha ricordato mons. Pizzaballa, “si trasforma in ideologia, generando uno stile di vita aggressivo, un modo conflittuale di porsi di fronte agli altri, senza speranza per il futuro. Dalle porte di casa fino ai confini degli Stati, è tutto un chiudersi, nella paura e nella diffidenza, nell'esclusione e nella guerra. Ci sentiamo tutti esclusi, bloccati, separati”.

Il Natale invece esorta a passare “dalla ideologia del nemico alla logica della fraternità,
mossi da un Dio che perdona anziché vendicarsi e che ha avuto fiducia nell'uomo prima ancora che noi avessimo fiducia in Lui. Salvezza e pace, incontro e concordia sono, infatti, una grazia da invocare da Colui che acclamiamo proprio in questa notte santa Principe della pace. Ma diventano autentiche e reali se accolte e realizzate da mani e da cuori che si aprono e si decidono per nuove mentalità, nuovi comportamenti, nuovi progetti, coraggiosamente e generosamente. In questa nostra terra e in questo nostro mondo, dove tanti parlano di pace e di vita ma pochi si decidono a varcare la soglia dell'impegno e della decisione, il Natale ripete l'invito ad aprire le porte a Cristo, che vuole farsi conoscere, e all'uomo. Varcheremo la soglia?”, ha chiesto mons. Pizzaballa. La risposta “non è scritta nelle stelle ma nelle nostre scelte libere e responsabili”. È solo guardando “a Cristo bambino, Porta aperta del Padre che nessun rifiuto può chiudere” che “si riaccende la fiducia e si rianima la speranza”.