IL PAPA HA CHIUSO IERI LA PORTA SANTA

I colori dell'autunno lentamente stanno lasciando spazio a quelli dell'inverno, la natura che cambia volto, quasi si assopisce in attesa della primavera. Questa domenica, con la chiusura della Porta santa di San Pietro, in qualche modo richiama questo passaggio, o meglio l'attesa di quell'evento che, a Betlemme, ha cambiato la storia, invito a guardare con occhi differenti al futuro, avendo uno sguardo di speranza, nonostante sofferenze e difficoltà che possiamo incontrare. Perché, come ha affermato il Papa nell'omelia in piazza san Pietro per la conclusione del Giubileo, se si chiude la Porta Santa “rimane sempre spalancata per noi la vera porta della misericordia, che è il cuore di Cristo”.
È in questa domenica, nella quale la chiesa fa memoria di Cristo re dell'universo, che Francesco ha voluto concludere l'anno santo, ma con una prospettiva diversa, appunto, perché si conclude il tempo ordinario e si apre l'avvento, l'attesa di un regno che non è di questo mondo e di un re che sovverte i luoghi comuni e “appare senza potere e senza gloria”. Dice il Papa nell'omelia: “è sulla croce, dove sembra più un vinto che un vincitore. La sua regalità è paradossale: il suo trono è la croce; la sua corona è di spine; non ha uno scettro, ma gli viene posta una canna in mano; non porta abiti sontuosi, ma è privato della tunica; non ha anelli luccicanti alle dita, ma le mani trafitte dai chiodi; non possiede un tesoro, ma viene venduto per trenta monete”.
Straordinario Giubileo che ci ha permesso di riscoprire una parola, misericordia, e quell'amore che “trasforma il peccato in grazia, la morte in risurrezione, la paura in fiducia”. Lo ricorda Francesco per dire che Cristo “non ci ha condannati, non ci ha nemmeno conquistati, non ha mai violato la nostra libertà, ma si è fatto strada con l'amore umile che tutto scusa, tutto spera, tutto sopporta. Solo questo amore ha vinto e continua a vincere i nostri grandi avversari: il peccato, la morte, la paura”.
Fermiamoci ora sulla scena che Luca racconta nel suo Vangelo: il popolo che guardava, “stava a vedere”; i capi e i soldati che lo invitavano a salvarsi, a scendere dalla croce; e il malfattore che invece gli chiede di ricordarsi di lui. Scena interessante perché ci mostra come da un lato c'è chi ha uno sguardo miope, legato alle cose vicine; e c'è chi invece, il ladrone crocifisso, non si ferma all'oggi ma ha una prospettiva diversa, di speranza, di misericordia. C'è chi rimane alla finestra, dunque, tiene le distanze, e ragiona con la logica del mondo; così con quel salva te stesso, dice Francesco, compiono “un attacco diretto all'amore” perché vogliono che prevalga “l'io con la sua forza, con la sua gloria, con il suo successo. È la tentazione più terribile, la prima e l'ultima del Vangelo”. Il Papa dice no a questa tentazione: “quante volte invece, anche tra noi, si sono ricercate le appaganti sicurezze offerte dal mondo. Quante volte siamo stati tentati di scendere dalla croce. La forza di attrazione del potere e del successo è sembrata una via facile e rapida per diffondere il Vangelo, dimenticando in fretta come opera il regno di Dio”.
Ecco la rivoluzione di questo anno della misericordia, di una chiesa che “risplende quando è accogliente, libera, fedele, povera nei mezzi e ricca nell'amore, missionaria”. Di qui l'invito che Francesco ripete, chiudendo la porta santa della basilica di san Pietro, di non rimanere ancorati a un oggi miope, fatto di precarietà, ma di andare oltre, guardare a quel Dio che non si dimentica di ogni donna e di ogni uomo, ed è pronto “a cancellare completamente e per sempre il peccato, perché la sua memoria non registra il male fatto e non tiene sempre conto dei torti subiti, come la nostra. Dio non ha memoria del peccato, ma di noi, di ciascuno di noi, suoi figli amati”. Si chiude la porta santa, ma non si chiude quella della misericordia; su quella croce Gesù ci indica la strada: non pensato a salvare se stesso, ma gli altri. Messaggio importante in questo nostro tempo fatto di muri, chiusure, egoismi, e indifferenze; di quella cultura dello scarto che emargina, esclude.