EUROPA FRAGILE, NUOVA CURA

C'è un pensiero che, seppure faticosamente, si muove seguendo la cronaca e i dibattiti politici sullo stato di salute e sul futuro dell'Europa, in particolare dell'Unione europea. Si spinge fino ai “padri fondatori”, non tanto per celebrarli quanto per cogliere e rilanciare il valore pedagogico e il messaggio critico della memoria.
Sono percorsi verso il domani resi difficili, ma non impossibili, dalla fragilità politica dei singoli Paesi e delle istituzioni europee. È soprattutto da questa fragilità che nasce quello spaesamento europeo che si incupisce con la globalizzazione, il flusso ininterrotto di “stranieri”, l'eclissi della coscienza, la crisi culturale che è madre di tutte le crisi.
Dove porterà l'affievolirsi del pensiero comune europeo, dove porterà il venir meno di quella “comunità di destino” che, almeno sul calendario (firma del Trattato Cee, Roma, 1957), sta per compiere sessant'anni? Come reagire?
Nella ricerca di una risposta non si può dimenticare che il pensiero e il progetto di questa comunità, la comunità europea, sono nati non dalla forza ma dalla debolezza, non da un successo ma da un crollo.
Di fronte alla debolezza e al crollo erano gli uomini della “solidarietà di fatto”. Sono trascorsi molti anni, lo scenario è totalmente cambiato, ma quelli della debolezza e del crollo, pur nell'evidente diversità, sono temi anche per il futuro. Cos'è dunque accaduto?
Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, nel libro “Il gigante incatenato” risponde che “il cosiddetto metodo dell'Unione crea più problemi di quanti ne risolva. Se infatti il metodo comunitario mira al perseguimento degli interessi comuni, il metodo dell'Unione è un costante poker degli egoismi nazionali”.
Il metodo comunitario di cui scrive il politico tedesco è nato e si è sviluppato nel terreno culturale e spirituale della “comunità di destino” che oggi rischia di dissolversi di fronte a nazioni assolute e sovrane che si presentano come una sorta di medicina e di speranza per il futuro.
Come ritrovare questa “comunità di destino”? “Il compito urgente”, suggerisce Gianluca Bocchi in “L'Europa globale”, “è quello di aiutare gli individui e le collettività a percepirsi come identità multiple al loro interno, consentendo loro anche di percepire gli altri individui o le altre collettività come identità altrettanto multiple. Solo questo gioco di riconoscimento reciproco della natura complessa delle identità, in se stessi e negli altri, può far emergere una nuova idea di solidarietà che non sia basata sulla rinuncia a ciò che rende differenti gli individui e le collettività, bensì sulla consapevolezza che l'interazione e la coevoluzione delle differenze sia sempre di più una necessaria precondizione per la buona salute di ogni patrimonio comune, politico non meno che culturale”.
E proprio qui, a partire da una attualizzazione della idea di solidarietà che si concentra la riflessione sulla comunità di destino dove “ogni identità non esiste senza le relazioni che l'interconnettono alle altre identità e che la fanno crescere insieme ad esse”.
Un percorso arduo ma si possono scorgere nuove possibilità di cammino anche in situazioni apparentemente bloccate o, peggio, regressive come sono le attuali. “Ma una tale prospettiva – aggiunge Gianluca Bocchi – ha bisogno di un cambiamento paradigmatico, per le nuove generazioni di politici e di cittadini, altrettanto coraggioso di quello che si produsse in Europa alla fine della seconda guerra mondiale”.
Non si tratta di omologare poteri, autorità, istanze e identità bensì di trovare una strada di crescita e di equilibrio fra le loro tensioni e le loro integrazioni.
Si tratta, con senso di responsabilità di fronte alla storia, di dibattere e di imboccare la strada delle innovazioni istituzionali nella consapevolezza che non sta finendo il tempo degli Stati nazionali quanto il tempo dell'assolutezza e dell'esclusività del loro potere. Non segnare il passo nel rispondere con lungimiranza alla sfida significa ridare respiro all'Unione europea, ai singoli Paesi europei e al resto del mondo.
Paolo Bustaffa