VEGLIA GMG. IL PAPA: NO A GIOVANI-DIVANO

Una lunga, interminabile, fila colorata di giovani. Appaiono così alla vista le decine di migliaia di pellegrini che sin dalle prime ore di sabato mattina sono affluiti al Campus Misericordiae, l'enorme spianata situata tra la periferia di Cracovia e la cittadina di Wieliczka, dove si celebreranno gli ultimi due atti della GMG, la veglia e la Messa finale di domenica mattina. Carichi di zaini, i giovani dormiranno al campus, hanno percorso i circa 12 km che li separano da Cracovia, dove venerdì sera hanno partecipato alla Via Crucis.
Lungo la strada le famiglie polacche abitanti nelle zone del percorso hanno offerto cibo, acque e generi di conforto ai pellegrini, in alcuni casi bagnati con dell'acqua, visto anche il sole battente di sabato 30 luglio. Dentro il Campus sono già sistemati migliaia di giovani, i primi arrivati in mattinata hanno provveduto a crearsi un piccolo riparo per la notte. Molti riposano in attesa di riprendere le forze con l'arrivo del Papa. Le misure di sicurezza sono ferree e disseminate lungo tutta l'area, divisa in settori all'interno dei quali si può accedere solo se in possesso del corrispondente biglietto d'ingresso. Lunghe file nel settore Stampa dove sono attivi varchi dotati di metal detector, che rallentano gli ingressi di giornalisti e fotografi.
In questa area sono state realizzate due opere segno della Gmg, una casa di riabilitazione per anziani, denominata “Campus misericordiae” e un centro Caritas detto “Il pane della misericordia”, che sarà un magazzino di alimenti donati per i bisognosi della diocesi di Cracovia.
Al suo arrivo al Campus il Papa sarà accolto dal suono di una campana di mezza tonnellata. La veglia prevedeva che Papa Francesco, dopo il suo arrivo al Campus faccia un giro tra i giovani fino alla grande Porta Santa che attraverserà con 5 giovani, uno per ogni Continente. Una volta sul palco la veglia, dal tema “Gesù, sorgente di Misericordia” avrà inizio. La scenografia si svolgerà attraverso 5 tempi: la fede ai dubbiosi, la speranza agli scoraggiati, l'amore agli indifferenti, il perdono a chi ha fatto del male, la gioia alle persone tristi. Seguiranno tre testimonianze di altrettanti giovani che porranno delle domande al Papa che risponderà. Al termine del dialogo l'esposizione del Santissimo Sacramento e l'adorazione. La benedizione chiuderà la veglia.
In serta il Papa è arrivato con dieci minuti di anticipo rispetto al programma, alle 18.50, al Campus Misericordiae, luogo della Veglia con i giovani e della Messa con cui si concluderà domenica, la XXI Giornata mondiale della gioventù.
Come primo atto, Francesco ha attraversato la Porta Santa tenendo per mano sei giovani, tre ragazzi e tre ragazzi, in rappresentanza dei 5 Continenti (l'America ha due rappresentanti, uno per l'America del Nord e l'altro per l'America del Sud).
Poi, con un altro “fuori programma”: ha invitato questi stessi giovani sulla “papamobile” per fare con lui il giro del Campus, suscitando reazioni di grande stupore, mentre Francesco sorrideva contento. È iniziato così il giro in tutti i settori della grande area a 12 chilometri da Cracovia, al termine del quale tre giovani hanno portato la loro testimonianza e il Papa ha risposto alle loro domande.
“Il 15 aprile 2012 mi sono svegliata nel mio appartamento a Łódź, la terza città più grande della Polonia. Ero allora redattrice di una rivista di moda, e per 20 anni non ho avuto niente a che fare con la Chiesa”. Comincia così la prima testimonianza di Natalia al Campus Misericordiae. “Avevo successo nel lavoro, uscivo con dei bei ragazzi e andavo da una festa all'altra, e questo era il senso della mia vita. Tutto andava bene”, ha proseguito la ragazza polacca: “Solo che quel giorno mi svegliai con l'ansia, e pensai che quello che faccio della mia vita è tutt'altro che il bene. Ho capito che quel giorno dovevo andare a confessarmi. Non sapevo bene che cosa significasse, per questo ho cercato su Google 'confessione'. In uno dei siti che ho trovato ho letto la frase: Dio per amore è morto per noi. L'ho capito subito: Dio è morto per me, vuole darmi la vita in pieno, ed io, indifferente me ne stavo seduta in cucina a fumare una sigaretta. Sono scoppiata a piangere. Ho preso un foglio e ho cominciato a scrivere tutti i miei peccati. Tutti erano molto chiari, davanti a me, e mi accorsi che avevo infranto tutti i dieci comandamenti. Ho capito che dovevo subito parlare con un sacerdote. Ho letto su internet l'informazione che alle 15 nella cattedrale c'era la possibilità di confessarsi. Sono corsa subito lì ma avevo paura che il prete mi dicesse che i miei peccati erano troppo gravi e che non poteva fare nulla. Eppure ho preso coraggio e sono andata a confessarmi. Ho raccontato tutto e ho pianto molto. Il prete non disse nulla. Quando io finì, disse: che bella confessione!”. “Sono uscita dalla chiesa come da un campo di battaglia, molto stanca ma allo stesso tempo molto felice con una sensazione di vittoria e con la convinzione che Gesù torna con me a casa”, ha concluso: “La misericordia di Dio è viva ed è presente fino ad oggi”.
“Siamo la città dimenticata”. Sono le parole usate – nella secondo testimonianza – da Rand Mittri, una ragazza di 26 anni, di Aleppo, che al Campus Misericordiae ha portato davanti al Papa e ai suoi coetanei il dramma dei profughi siriani. “Il senso della nostra vita è stato annientato”, ha proseguito: “Forse è molto difficile per molti di voi comprendere ciò che succede ora nel mio amato Paese. È difficile per me dare un'immagine della vita piena di dolore in poche frasi. Ogni giorno, viviamo attorniati dalla morte. Ma come voi, la mattina, chiudiamo la porta quando andiamo al lavoro o alla scuola. È un quel momento che siamo presi dalla paura di non poter rientrare per ritrovare le nostre case e le nostre famiglie”. “Dio dove sei, esisti?”, è la domanda che viene spesso da porsi. “Attraverso la mia poca esperienza di vita – la testimonianza di Rand – ho capito che la mia fede in Cristo ha conseguenze sulle circostanze della vita. Sempre di più credo che Dio esista malgrado ogni nostro dolore. Credo che talvolta, attraverso il nostro dolore, ci insegna il vero senso dell'amore. La mia fede in Gesù Cristo è la ragione della mia gioia e della mia speranza. Nessuno sarà mai capace di rubarmi questa autentica gioia”.

“Ho preso la droga per sedici anni, a partire dall'età di 11 anni”. Comincia così la terza testimonianza di Miguel, 34 anni, di Asuncion, in Paraguay. “Ho sempre avuto grandi difficoltà con le relazioni con la mia famiglia, non mi sono mai sentito amato né vicino a loro. Per me la famiglia era un concetto inesistente, e la casa era un luogo per dormire e mangiare”. Poi a undici anni la fuga da casa verso la “libertà” e qualche mese dopo la droga a scuola, che “non faceva che rendere più profondo il vuoto che era in me, tanto che non volevo più rientrare a casa, presentarmi alla mia famiglia”. Poi l'abbandono della scuola, a 15 anni la prigione, e dopo ogni scarcerazione la ricaduta nel crimine. Dopo l'uscita definitiva dalla prigione, un prete amico di famiglia ha invitato Miguel in un luogo chiamato “Casa della speranza”, e “per la prima volta ho sentito di avere una famiglia”, ha raccontato. Infine la confessione e il perdono: “Dio ci trasforma veramente, ci restaura!”. Da dieci anni Miguel ha recuperato completamente la sua salute, e ora è responsabile della casa “Quo vadis?”, presso la Casa della Speranza a Cerro Chato.
E il Papa rispondendo alle domande dei giovani ha cominciato facendo riferimento alla domanda della ragazza siriana: “Siamo consapevoli di una realtà: per noi, oggi e qui, provenienti da diverse parti del mondo, il dolore, la guerra che vivono tanti giovani, non sono più una cosa anonima, non sono più una notizia della stampa, hanno un nome, un volto, una storia, una vicinanza. Oggi la guerra in Siria – ha detto Francesco nel suo discorso al termine della Veglia al Campus Misericordiae – è il dolore e la sofferenza di tante persone, di tanti giovani come la coraggiosa Rand, che sta qui in mezzo a noi e ci chiede di pregare per il suo amato paese. Ci sono situazioni che possono risultarci lontane fino a quando, in qualche modo, le tocchiamo. Ci sono realtà che non comprendiamo perché le vediamo solo attraverso uno schermo, del cellulare o del computer. Ma quando prendiamo contatto con la vita, con quelle vite concrete non più mediatizzate dagli schermi, allora ci succede qualcosa di forte, sentiamo l'invito a coinvolgerci”.
“Basta città dimenticate”, le parole di Francesco sulla scorta di Rand: “Mai più deve succedere che dei fratelli siano circondati da morte e da uccisioni sentendo che nessuno li aiuterà”. Di qui l'invito “a pregare insieme a motivo della sofferenza di tante vittime della guerra, affinché una volta per tutte possiamo capire che niente giustifica il sangue di un fratello, che niente è più prezioso della persona che abbiamo accanto”.
“Siete segno vivo di quello che la misericordia vuole fare in noi”, il tributo del Papa alle tre testimonianze ascoltate. “Noi adesso non ci metteremo a gridare contro qualcuno, non ci metteremo a litigare, non vogliamo distruggere”, ha ammonito subito dopo nel discorso pronunciato nella Veglia al Campus Misericordiae: “Noi non vogliamo vincere l'odio con più odio, vincere la violenza con più violenza, vincere il terrore con più terrore. E la nostra risposta a questo mondo in guerra ha un nome: si chiama fraternità, si chiama fratellanza, si chiama comunione, si chiama famiglia. Festeggiamo il fatto che veniamo da culture diverse e ci uniamo per pregare. La nostra migliore parola, il nostro miglior discorso sia unirci in preghiera”.
Poi l'invito alle centinaia di migliaia di ragazzi presenti, da 187 nazioni: “Facciamo un momento di silenzio e preghiamo; mettiamo davanti a Dio le testimonianze di questi amici, identifichiamoci con quelli per i quali la famiglia è un concetto inesistente, la casa solo un posto dove dormire e mangiare”, o con quelli che vivono nella paura di credere che i loro errori e peccati li abbiano tagliati fuori definitivamente. Mettiamo alla presenza del nostro Dio anche le vostre guerre, le lotte che ciascuno porta con sé, nel proprio cuore”.
“Abbiamo visto come loro, al pari dei discepoli, hanno vissuto momenti simili, hanno passato momenti in cui sono stati pieni di paura, in cui sembrava che tutto crollasse”. Così il Papa ha riassunto le tre testimonianze ascoltate al Campus Misericordiae. “La paura e l'angoscia che nascono dal sapere che uscendo di casa uno può non rivedere più i suoi cari, la paura di non sentirsi apprezzato e amato, la paura di non avere altre opportunità”, ha proseguito nel discorso finale: “Loro hanno condiviso con noi la stessa esperienza che fecero i discepoli, hanno sperimentato la paura che porta in un unico posto: alla chiusura. E quando la paura si rintana nella chiusura, va sempre in compagnia di sua sorella gemella, la paralisi; sentirci paralizzati”. “Sentire che in questo mondo, nelle nostre città, nelle nostre comunità, non c'è più spazio per crescere, per sognare, per creare, per guardare orizzonti, in definitiva per vivere, è uno dei mali peggiori che ci possono capitare nella vita”, la denuncia del Papa, secondo il quale “la paralisi ci fa perdere il gusto di godere dell'incontro, dell'amicizia, il gusto di sognare insieme, di camminare con gli altri, ci impedisce di stringerci la mano, tutti chiusi in quelle stanzette di vetro che abbiamo visto”.
“Nella vita c'è un'altra paralisi ancora più pericolosa e spesso difficile da identificare, e che ci costa molto riconoscere. Mi piace chiamarla la paralisi che nasce quando si confonde la felicità con un divano: kanapa!”. Ne è convinto il Papa, che al Campus Misericordiae ha stigmatizzato la tentazione di “credere che per essere felici abbiamo bisogno di un buon divano. Un divano che ci aiuti a stare comodi, tranquilli, ben sicuri. Un divano, come quelli che ci sono adesso, moderni, con massaggi per dormire inclusi, che ci garantiscano ore di tranquillità per trasferirci nel mondo dei videogiochi e passare ore di fronte al computer. Un divano contro ogni tipo di dolore e timore. Un divano che ci faccia stare chiusi in casa senza affaticarci né preoccuparci”.
La “divano-felicità” – ha ammonito Francesco traducendo il suo neologismo anche in polacco, 'kanapaszczęście' – è probabilmente la paralisi silenziosa che ci può rovinare di più; perché a poco a poco, senza rendercene conto, ci troviamo addormentati, ci troviamo imbambolati e intontiti mentre altri – forse i più vivi, ma non i più buoni – decidono il futuro per noi. Sicuramente, per molti è più facile e vantaggioso avere dei giovani imbambolati e intontiti che confondono la felicità con un divano; per molti questo risulta più conveniente che avere giovani svegli, desiderosi di rispondere al sogno di Dio e a tutte le aspirazioni del cuore”. “Volete essere imbambolati?”, ha chiesto il Papa, a braccio, ai giovani: “Volete che altri decidano per voi? Volete essere liberi? Volete lottare per il vostro futuro?”.
“Ma la verità è un'altra”, ha spiegato Francesco: “Cari giovani, non siamo venuti al mondo per vegetare, per passarcela comodamente, per fare della vita un divano che ci addormenti; al contrario, siamo venuti per un'altra cosa, per lasciare un'impronta”. “È molto triste passare nella vita senza lasciare un'impronta”, la constatazione del Papa: “Ma quando scegliamo la comodità, confondendo felicità con consumare, allora il prezzo che paghiamo è molto ma molto caro: perdiamo la libertà”.
“C'è tanta gente che vuole che i giovani non siano liberi, che non ci vuole bene, che ci vuole addormentati, ma mai liberi!”, ha esclamato il Papa ancora a braccio: “Dobbiamo difendere la nostra libertà!”. La “grande paralisi”, per Francesco, si verifica “quando cominciamo a pensare che felicità è sinonimo di comodità, che essere felice è camminare nella vita addormentato o narcotizzato, che l'unico modo di essere felice è stare come intontito”. “È certo che la droga fa male, ma ci sono molte altre droghe socialmente accettate che finiscono per renderci molto o comunque più schiavi”, il monito del Papa: “Le une e le altre ci spogliano del nostro bene più grande: la libertà”.
“Il tempo che oggi stiamo vivendo non ha bisogno di giovani divano, ma di giovai con le scarpe, meglio ancora con gli scarponcini calzati”. Ne è convinto il Papa, che nella parte finale del discorso di chiusura della Veglia al Campus Misericordiae ha ricordato che “Gesù è il Signore del rischio, del sempre oltre, non è il Signore del confort, della sicurezza e della comodità”: per questo, “per seguire Gesù, bisogna avere una dose di coraggio, bisogna decidersi a cambiare il divano con un paio di scarpe che ti aiutino a camminare su strade mai sognate e nemmeno pensate, su strade che possono aprire nuovi orizzonti, capaci di contagiare gioia, quella gioia che nasce dall'amore di Dio, la gioia che lascia nel tuo cuore ogni gesto, ogni atteggiamento di misericordia”.
“Andare per le strade seguendo la pazzia del nostro Dio – il suo invito – che ci insegna a incontrarlo nell'affamato, nell'assetato, nel nudo, nel malato, nell'amico che è finito male, nel detenuto, nel profugo e nel migrante, nel vicino che è solo. Andare per le strade del nostro Dio che ci invita ad essere attori politici, persone che pensano, animatori sociali. Che ci stimola a pensare un'economia più solidale”. Il nostro tempo, ha incalzato Francesco usando una metafora calcistica, “accetta solo titolari in campo, non c'è posto per le riserve. La storia oggi ci chiede di difendere la nostra dignità e non lasciare che siano altri a decidere il nostro futuro”. Il Signore, ha assicurato il Papa, “vuole le tue mani per continuare a costruire il mondo di oggi. Vuole costruirlo con te”. “E tu cosa rispondi, sì o no?”, l'aggiunta a braccio: “Gesù ti proietta all'orizzonte, mai al museo!”.
“Costruire ponti: sapete qual è il primo ponte da costruire? Ha chiesto papa Franeco. Un ponte che possiamo realizzare qui e ora: stringerci la mano, darci la mano. Forza, fatelo adesso, qui, questo ponte primordiale, e datevi la mano. È il grande ponte fraterno, e possano imparare a farlo i grandi di questo mondo!. ma non per la fotografia, bensì per continuare a costruire ponti sempre più grandi”.
Si è conclusa con la platea sterminata dei giovani – si parla di 1.600.000 – che ha risposto a questo invito del Papa, la Veglia al Campus Misericordiae. “Che questo ponte umano sia seme di tanti altri; sarà un'impronta”, le parole di Francesco: “Oggi Gesù, che è la via, ti chiama a lasciare la tua impronta nella storia. Lui, che è la vita, ti invita a lasciare un'impronta che riempia di vita la tua storia e quella di tanti altri. Lui, che è la verità, ti invita a lasciare le strade della separazione, della divisione, del non-senso”. “Ci stai?”, la richiesta di impegno rivolta singolarmente ad ognuno dei giovani: “Cosa rispondono le tue mani e i tuoi piedi al Signore, che è via, verità e vita?”. “Oggi Gesù ti invita, ti chiama a lasciare la tua impronta nella vita, un'impronta che segni la storia, che segni la tua storia e la storia di tanti”, le parole pronunciate dal Papa subito prima: “La vita di oggi ci dice che è molto facile fissare l'attenzione su quello che ci divide, su quello che ci separa. Vorrebbero farci credere che chiuderci è il miglior modo di proteggerci da ciò che ci fa male”. “Oggi noi adulti abbiamo bisogno di voi, per insegnarci a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come una minaccia ma come un'opportunità”, il tributo sincero alle nuove generazioni: “Abbiate il coraggio di insegnarci che è più facile costruire ponti che innalzare muri! E tutti insieme chiediamo che esigiate da noi di percorrere le strade della fraternità”.
“Che siate voi i nostri accusatori – la richiesta a braccio del Papa – se siamo noi a creare muri, a creare inimicizie, a creare guerre”. E la “ola” delle mani dei ragazzi intrecciate l'una con l'altra – accompagnata da un applauso interminabile con il nome del successore di Pietro ben scandito nelle sue sillabe – ha fatto calare il sole sul Campus Misericordiae.
Il colpo d'occhio, ora, è un campo trasformatosi in una grande tenda, fatta di tante piccole tende, che aspetta domani Papa Francesco per il grande appuntamento finale.