MONS LAFRANCONI SPIEGA L'AMORIS LAETITIA

Incontro sull'Amoris laetitia, l'esortazione apostolica post-sinodale di papa Francesco sulla famiglia, organizzato venerdì sera 27 maggio presso l'auditorium Bruno Manenti, dall'ufficio della famiglia della diocesi, rappresentata in aula dalla dott. Cristina Colombo. L'ha illustrata il vescovo emerito di Cremona mons. Dante Lafranconi che ha svolto tutto il suo ministero – come ha detto il vescovo Oscar presentandolo – con un interesse particolare sulla realtà della famiglia.

Mons. Lafranconi ha esordito affermando che l'esportazione del Papa è un'espressione sinodale dell'ascolto del popolo di Dio e dei vescovi. È dunque un documento poliedrico, visto che le voci raccolte provengono da nazioni e situazioni molto diverse. È anche un discorso aperto: “Francesco infatti – ha detto – offre il risultato del sinodo, ma non pretende di mettere l'ultima parola. L'esortazione dovrà dunque essere calata nella realtà e vissuta.”
Il tema della esortazione è l'amore, non tanto la teoria della famiglia. Il Papa parla dell'amore che fonda la famiglia. Il filo che conduce il discorso parte dalla lettura della Bibbia dove non c'è una teoria della famiglia, dove non si parla della famiglia ideale, ma si raccontano le storie di tante famiglie reali che si misurano con la realtà rivelando anche la fragilità.
Importante quindi – ha continuato Lafranconi – individuare le condizioni culturali diverse che vedono la famiglia in modi diversi. Sono delle sfide che il Papa accetta: come cristiani non dobbiamo seguire la moda, ma dobbiamo offrire a tutti i nostri valori; la sfida ci spingere a vivere in pienezza la nostra testimonianza di famiglia. Non dobbiamo tirarci indietro per paura di non essere “à la page”. La sfida la affrontiamo tenendo lo sguardo rivolto a Gesù.
Per il vescovo emerito di Cremona il cristiano considera ciò che Gesù ha detto sulla famiglia come un dono: non è un giogo pesante, ma il dono di lui che si investe della condizione storica di ciascuno per significare, tramite l'amore cristiano, la sua presenza. L'adesione alla famiglia cristiana è quindi una vocazione. Ecco perché c'è il sacramento: perché gli sposi sono ministri dell'Amore di Dio. Ed essi non saranno mai soli.
Mons. Lanfranconi ha poi richiamato quanto il papa scrive nei diversi capitoli. Nel quarto descrive in modo mirabile l'amore egli sposi sulla scorta dell'inno alla carità di San Paolo. Un amore non poetico, ma visto nella concretezza della sua realtà. E nel numero 122 afferma che il matrimonio è un processo dinamico: non è possibile viverlo tutto nella perfezione fin dall'inizio. Questo processo dinamico esige che gli sposi si tornino a cercare lungo tutta la vita.
Nel capitolo quinto Francesco parla dell'amore che diventa fecondo: la fecondità si giustifica solo nell'amore della famiglia, un amore capace di far crescere con amorevolezza e tenerezza. “A questo punto – ha sottolineato mons. Lafranconi – il Papa apre una prospettiva pastorale: come deve essere sostenuta, preparata, accompagnata una coppia perché possa vivere il suo amore matrimoniale? E illustra come realizzare tutto questo. Il discorso del Papa esige un cambiamento nella nostra pastorale sopratutto sulla preparazione al matrimonio e all'accompagnamento nei primi anni di vita matrimoniale.”
Dopo il settimo capitolo dove si parla dell'educazione dei figli, il Papa – nell'ottavo – guarda anche alle situazioni di fragilità. “L'argomento più atteso – ha chiosato il vescovo Dante – con diverse interpretazioni.
Qui parla della Chiesa come ospedale da campo, con tante persone ferite: la Chiesa sente il dovere di accompagnarle e integrarle, anche se le situazioni sono diverse e non tutte possono essere risolte in modo uguale. Occorre quindi il discernimento: alcune forme di fragilità non realizzano l'amore cristiano, altre in modo non pieno. La Chiesa guarda a tutte situazioni non dimenticando l'ideale di pienezza del matrimonio e ricorda a tante persone che sposarsi rende vera loro situazione.
Comunque, stante le diversità delle situazioni, non è possibile una regola generale, ma è indispensabile un responsabile discernimento pastorale.
E come realizzare questo discernimento? Mons. Lafranconi ha letto parte del numero 300 dell'Esortazione. “Se si tiene conto dell'innumerevole varietà di situazioni concrete, come quelle che abbiamo sopra menzionato, è comprensibile che non ci si dovesse aspettare dal Sinodo o da questa Esortazione una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi. È possibile soltanto un nuovo incoraggiamento a un responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari, che dovrebbe riconoscere che, poiché il grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi, le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi. I presbiteri hanno il compito di accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l'insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo. In questo processo sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento. I divorziati risposati dovrebbero chiedersi come si sono comportati verso i loro figli quando l'unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del partner abbandonato; quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio. Una sincera riflessione può rafforzare la fiducia nella misericordia di Dio che non viene negata a nessuno”.
“Bisogna fare percorsi di riesame della situazione, ha commentato il vescovo emerito di Cremona. Il discernimento chiama in causa la coscienza personale e le circostanze in cui sono maturate le scelte. La Chiesa non emargina nessuno, la misericordia viene data a coloro che hanno il cuore sincero. Quindi un discernimento che deve essere fatto insieme. Discernimento che tiene conto della persona e considera le situazioni. Ci sono quindi soluzioni personalizzate.
Comunque – ha concluso – comprendere le situazioni, non vuol dire dimenticare la pienezza dell'amore cristiano. Le idee che girano sono molto superficiali. La misericordia richiede grande responsabilità. Camminiamo insieme verso la formula piena perché “La coppia che ama e genera la vita è la vera “scultura” vivente, capace di manifestare il Dio creatore e salvatore” (n.11).