AMNESTY: DIRITTI UMANI IN PERICOLO

I numeri del Rapporto (pubblicato in Italia da Infinito edizioni) sono chiari: “60 milioni le persone che si trovano lontano dalle loro case, molte delle quali da diversi o molti anni; almeno 113 i Paesi nei quali la libertà d'espressione e di stampa sono state sottoposte a restrizioni arbitrarie; almeno 30 i Paesi che hanno rimandato illegalmente rifugiati verso Paesi in cui sarebbero stati in pericolo; almeno 19 i Paesi nei quali sono stati commessi crimini di guerra o altre violazioni delle 'leggi di guerra'; almeno 36 i Paesi nei quali gruppi armati hanno commesso abusi”. Una lista lunga che denuncia anche la morte di “almeno 156 difensori dei diritti umani occorsa durante la prigionia o altrimenti uccisi, la detenzione di prigionieri di coscienza, ossia persone che avevano solamente esercitato i loro diritti e le loro libertà, la celebrazione di processi iniqui, maltrattamenti e torture”. E tutto questo “nel silenzio e nella generale indifferenza della comunità internazionale” come rimarcato da Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia.

“Nessuno sdegno, anzi. In questo 2015 non abbiamo registrato passi in avanti nella difesa dei diritti umani ma solo un arretramento anche nei Paesi sui quali facevamo più affidamento”.
Assalto globale alle libertà. Il 2015 passerà alla storia come l'anno dell'assalto globale alle libertà, nel quale, afferma Salil Shetty, segretario di Amnesty international, “molti governi hanno sfacciatamente violato il diritto internazionale e stanno volutamente indebolendo le istituzioni che dovrebbero proteggere i diritti delle persone”.

La protezione internazionale dei diritti umani rischia, di “essere compromessa a causa di interessi egoistici nazionali di corto respiro e dell'adozione di misure draconiane di sicurezza, che hanno dato vita a un assalto complessivo ai diritti e alle libertà fondamentali”. In parte, spiega Amnesty International nel Rapporto, si tratta della “reazione di molti governi alle minacce alla sicurezza cresciute nel 2015.

La mal concepita reazione di molti governi alle minacce alla sicurezza nazionale si è tradotta in un attacco alla società civile, al diritto alla riservatezza e a quello alla libertà di parola. Per far questo, i governi hanno persino violato le loro stesse leggi”. Oltre 70 anni di lavoro e di progresso umano “sono a rischio” così come gli organismi sui diritti umani delle Nazioni Unite, il Tribunale penale internazionale e meccanismi regionali come il Consiglio d'Europa e il sistema interamericano dei diritti umani “minacciati da governi che cercano di sfuggire ai controlli sulla situazione interna dei loro Paesi”. Il conflitto della Siria è “uno degli orribili esempi delle catastrofiche conseguenze, per i diritti umani, del sistematico fallimento delle Nazioni Unite nel tener fede al loro ruolo vitale nel rafforzamento dei diritti umani e del diritto internazionale”. Per Amnesty International c'è il “disperato bisogno di rinvigorire le Nazioni Unite”. Un'ottima occasione potrebbe essere l'elezione del nuovo segretario generale (in carica da gennaio 2017).
“Gli stati membri delle Nazioni Unite hanno quest'anno la storica opportunità di rinvigorire l'organizzazione, sostenendo un forte candidato al ruolo di segretario generale che abbia la volontà, la forza personale e la visione necessarie per respingere i tentativi degli Stati di minacciare i diritti umani a livello nazionale e internazionale”.

Alcuni esempi.
Tanti gli esempi di queste “gravi violazioni” contenuti nel Rapporto: “Angola: uso delle leggi sulla diffamazione e sulla sicurezza per intimidire, arrestare e imprigionare persone che avevano espresso pacificamente le loro opinioni; Arabia Saudita: brutale repressione contro chi aveva osato chiedere riforme o criticare le autorità; crimini di guerra nella campagna di bombardamenti in Yemen; Burundi: sistematiche uccisioni e uso massiccio di altre tattiche violente da parte delle forze di sicurezza; Cina: aumento della repressione contro i difensori dei diritti umani; Egitto: migliaia di arresti, anche nei confronti di chi aveva espresso critiche in modo pacifico; prolungata detenzione di centinaia di persone, senza accusa né processo; centinaia di condanne a morte; Gambia: torture, sparizioni forzate, criminalizzazione delle persone Lgbti; Israele: mantenimento del blocco militare nei confronti di Gaza; mancato rispetto, così come da parte della Palestina, della richiesta delle Nazioni Unite di condurre serie indagini sui crimini di guerra commessi nel conflitto di Gaza del 2014; Messico: 27.000 sparizioni, massiccio uso della tortura, quasi completamente impunito; Regno Unito: continuo uso della sorveglianza di massa in nome della lotta al terrorismo; Russia: uso repressivo di leggi sulla sicurezza nazionale e contro l'estremismo dai contenuti vaghi; Siria: uccisione di migliaia di civili in attacchi mediante barili-bomba e altri armamenti; Slovacchia: diffusa discriminazione contro i rom; Stati Uniti d'America: centro di detenzione di Guantànamo, assenza di procedimenti giudiziari nei confronti degli autori di torture e sparizioni forzate; Ungheria: chiusura dei confini di fronte a migliaia di rifugiati in condizioni disperate; Venezuela: perdurante assenza di giustizia per gravi violazioni dei diritti umani e costanti attacchi contro i difensori dei diritti umani”.

E l'Italia?
“Nel campo dei diritti umani il nostro Governo sembra essere latitante”: è la denuncia di Antonio Marchese, presidente di Amnesty International Italia, presentando il Rapporto annuale di Amnesty International “sulla situazione dei diritti umani nel mondo”. “Da quest'anno – ha detto il presidente – il Rapporto si arricchisce dell'Agenda in 10 punti per i diritti umani in Italia, che ha lo scopo di evidenziare una serie di ostacoli che si pongono davanti al nostro Paese per il pieno rispetto dei diritti. Se dovessimo considerare i 10 punti come altrettante materie di studio, ci sarebbero poche sufficienze e alcune insufficienze particolarmente gravi”.
Partendo da questa premessa il presidente dell'associazione ha elencato quelle che, secondo Amnesty, sono vere e proprie violazioni dei diritti umani in Italia: “I problemi legati all'immigrazione, le violenze nelle carceri, l'esportazione di armi, il mancato rispetto della libertà sessuale e culturale e la mancata punizione del reato di tortura”. “Chi, trovandosi in Italia in questo momento, avesse commesso atti di tortura, potrebbe dormire sonni piuttosto tranquilli, nella maggior parte dei casi”, ha spiegato: “È sufficiente, infatti, che sia trascorso un po' di tempo, neanche tanto, perché scatti la prescrizione. Finché non ci sarà un reato di tortura punito severamente e con un termine di prescrizione sufficientemente lungo, la situazione è destinata a rimanere questa e della gravità di questa situazione non sembrano rendersi conto le istituzioni italiane. La Commissione giustizia del Senato ha smesso del tutto di parlarne. La stessa Commissione che ha fermato i lavori della creazione di una legge contro l'omofobia”. “In Italia esiste ancora il reato di soggiorno illegale, nonostante molte autorità giudiziarie ne abbiano riconosciuto la natura controproducente – ha ricordato Marchese – e purtroppo il diritto penale viene piegato a scopi di comunicazione politica”. “I diritti umani – ha concluso – sono ancora considerati argomento sacrificabile nell'agenda politica: se ci sono da discutere argomenti economici, i diritti umani vengono messi in secondo piano.
Noi vorremmo essere sicuri che questo non accada nei rapporti con l'Egitto, nella vicenda che riguarda Giulio Regeni. Il presidente del Consiglio Renzi ha detto: 'Se qualcuno pensa che possiamo accontentarci di una verità raccogliticcia, sappia che non c'è business che tenga, non c'è diplomazia che tenga'. Noi non possiamo che essere assolutamente d'accordo: l'Italia deve pretendere la verità”.