PIANO FAUNISTICO VENATORIO REGIONALE

Un piano che sottostima l'impatto sull'ambiente e sull'agricoltura di specie animali non autoctone presenti sui territori lombardi, che non considera adeguatamente il ruolo dell'agricoltura di montagna, fondamentale nella prevenzione del dissesto idrogeologico, e che è stato realizzato tenendo conto prevalentemente di istanze ambientaliste, senza recepire i contributi di imprese agricole e organizzazioni venatorie.
Queste le principali criticità evidenziate da Cia – Confederazione italiana agricoltori – Lombardia riguardo al Piano faunistico venatorio regionale (Pfvr) nell'incontro tenutosi oggi a Milano, a Palazzo Pirelli, con i consiglieri del Partito Democratico, membri della Commissione Agricoltura di Regione Lombardia.
Alla riunione, che fa seguito a quella avvenuta nelle scorse settimane con i consiglieri del gruppo di maggioranza, ha preso parte una delegazione di Cia Lombardia composta Adonis Bettoni, vicepresidente regionale, Elena Vercesi, direttrice di Cia Pavia, Aldo Agosti, membro della Giunta di Cia Pavia e Lorena Miele, membro di Giunta di Cia Alta Lombardia e imprenditrice agricola.
Negli ultimi 30 anni sono state introdotte nei territori lombardi specie animali non autoctone, come cinghiali ibridi e mufloni, estremamente dannose per il settore primario, ha osservato Cia Lombardia.
“Il Pfvr erroneamente non fa distinzione tra queste specie e quelle autoctone. L'introduzione di una specie esogena all'ecosistema, ne altera l'equilibrio, provocando drastiche riduzioni delle popolazioni di alcune specie e causando l'incontrollata crescita di altre, con conseguente degrado ambientale”, ha spiegato Cia Lombardia, che aggiunge: “non si può accettare che il danno provocato all'agricoltura venga considerato trascurabile, in quanto pari solo allo 0.02% della PLV, poiché generalizzato e sottostimato”.
La Confederazione ha sottolineato che la stima di danni e indennizzi riportata nel piano venatorio faunistico si ferma solo al 2012, mancano quindi gli ultimi tre anni.
“È inoltre scorretto quantificare i danni all'agricoltura basandosi su quanto risarcito agli agricoltori – precisa la Cia – primo perché l'indennizzo del danno viene stabilito in modo arbitrario dai funzionari ed è spesso inferiore a quello effettivo, inoltre viene fatta una stima forfettaria del mancato raccolto, senza tener conto del danno fatto al terreno o alle piante che si ripercuote anche sui raccolti futuri. Infine va considerato che, demoralizzati dal fatto che i danni subiti siano sempre sottostimati e la cifra rimborsata è irrisoria, sempre più agricoltori rinunciano a richiedere gli indennizzi.”
A tutto questo si aggiunge l'incertezza che sta creando in questo periodo il passaggio di competenze per la gestione delle denuncia tra Province e Regioni.
Altro punto critico evidenziato è che in generale gli strumenti del Piano non servono a contrastare efficacemente l'azione delle specie dannose presenti sui territori, quali gli ungulati, il cervo o la nutria.
“Per queste specie infatti – ha precisato la Cia – il Pfvr prevede delle mappe che non tengono conto della diversa concentrazione territoriale delle stesse nei vari territori.”
Si è poi puntualizzato un altro aspetto riguardante le oasi faunistiche.
“Sbagliato è concepire oasi che indistintamente proteggano specie a rischio d'estinzione e specie in crescita esponenziale. Inoltre – ha aggiunto Cia Lombardia – è necessario studiare oculatamente e organizzare per le specie dannose dei piani di abbattimento efficaci, non affidati semplicemente al prelievo venatorio. Occorre anche creare un coordinamento tra Oasi e Parchi.”
In generale per i danni da selvaggina all'agricoltura il Piano faunistico venatorio prevede la realizzazione di riserve da proteggere tramite idonee recinzioni. Si tratta a parere di Cia Lombardia di una soluzione inefficace, dispendiosa e dannosa anche da un punto di vista di impatto ambientale. Le eventuali riserve recintate dovrebbero infatti secondo Cia Lombardia riguardare l'attività ludica della caccia e non quella essenziale di chi pratica agricoltura.
La Confederazione infine ha invitato a riconoscere il valore di salvaguardia ambientale che ha l'agricoltura di montagna.
“Mantenere l'agricoltura in montagna – ha concluso Cia Lombardia – remunerandola per la sua azione di protezione e manutenzione dell'ambiente, ridurrebbe parecchie problematiche legate al dissesto idrogeologico, fornirebbe opportunità di impiego ripopolando le montagne, e favorirebbe l'aumento della selvaggina tradizionalmente cacciata a vantaggio dei cacciatori stessi, con considerevole diminuzione delle spese per i ripopolamenti.”
I consiglieri regionali Democratici presenti hanno manifestato sensibilità alle problematiche illustrate, dichiarandosi disponibili ad ulteriori momenti di confronto sul tema.